A casa tutti bene di G. Muccino

image_pdfimage_print
Una grande famiglia si riunisce per festeggiare le nozze d’oro dei nonni. Sbarcati a Ischia, dove la coppia di pensionati si è trasferita a vivere, figli e nipoti si ritrovano bloccati sull’isola a causa di un’improvvisa mareggiata, che costringe tutti a fare i conti con loro stessi, con il proprio passato, con gelosie mai sopite, inquietudini, tradimenti, paure e anche improvvisi e inaspettati colpi di fulmine… [sinossi]

Mentre certa politica nostrana sponsorizza a fini elettorali un ideale tutto immaginario di famiglia tradizionale, Gabriele Muccino con A casa tutti bene propone un nuovo tassello del suo personale e pluridecennale studio sull’argomento, approdando a una visione tetra e soffocante, amara e crudele del nucleo fondante della nostra società.
Archiviata (almeno temporaneamente) la parentesi statunitense e dopo il poco ispirato L’estate addosso il regista romano torna ora a lavorare in una produzione tutta nostrana e riprende le fila della sua poetica basata sull’affresco generazionale, concentrandosi di nuovo, a quindici anni di distanza da Ricordati di me (2003) e a otto da Baciami ancora, sui tormenti dei quarantenni. Nel far questo, Muccino si guarda bene però dall’offrire una contestualizzazione storico-politico-sociale: A casa tutti bene è infatti una tragedia classica, sempiterna, con tanto di unità di luogo, azione e personaggi.

Tutto è predisposto fin dal principio affinché il (melo)dramma corale si scateni: la famiglia di turno, allargata e rumorosa, è riunita per celebrare le nozze d’oro degli anziani genitori (Ivano Marescotti e Stefania Sandrelli) che vivono ora sull’isola che ha visto prima nascere il loro amore e poi scorrere il percorso di crescita di figli e nipoti, durante le numerose estati ivi trascorse. Nel corso della reunion, tutto sembra procedere per il meglio, finché una mareggiata costringe l’intero parentame a prolungare il soggiorno isolano. Oltretutto, come nei migliori horror estivi, i cellulari non prendono mai. E allora, il rumoroso e indistinto vociare iniziale si alza di volume isolandosi in grida e gesti inconsulti. Un marchio di fabbrica mucciniano per eccellenza, certo, ma qui, più che in altre occasioni, funzionale a segnalare, con la mano pesante che merita, il manifestarsi disordinato di ansie e insoddisfazioni, vecchi rancori e nuove brame di libertà.
Già perché, come ben riassume quel virtuoso movimento di macchina ascendente a seguire il percorso di un piatto di salsicce, il microcosmo familiare è in fondo qualcosa di volgare, terragno, fondato su un’energia repressa nelle viscere, della terra e di ciascun individuo, e pronta a liberarsi al primo, seppur lieve, sommovimento tettonico. Non a caso le prima grida (primordiali?) di A casa tutti bene si levano liberatorie dopo un lieve terremoto, che con un riferimento extradiegetico rievoca l’evento tellurico che ha colpito la scorsa estate l’isola di Ischia, dove di lì a breve il film è stato poi girato.

Ha dunque inizio così, con una scossa, un lungo e serrato inseguimento, nel corso del quale la macchina da presa mobile e fluida di Muccino isola, esplora, affonda, volteggia intorno a ciascun personaggio, lo raggiunge e poi lo abbandona con cambi di fuoco e rapide fughe. Nessun rallenty questa volta, la velocità è elevata e scandisce l’emergere di aspre verità, sogni traditi e frustrazioni galleggianti in maniera disordinata in una materia lavica, ovvero quel che resta dei sentimenti, dei moti amorosi che hanno spinto ciascuno a sposarsi, riprodursi, o magari fuggire ritardando il più possibile queste tappe obbligate della vita. E pian piano emerge anche cosa è stato messo da parte da ciascuno per aderire al sacro sogno della famiglia: l’orgoglio (per chi è stato tradito), il piacere (per chi è sessualmente insoddisfatto), l’edonismo che solo un eccesso di ego può dare (per chi ha inseguito velleità artistiche) e anche il coraggio di rispondere alla chiamata dei sentimenti, per chi non ci ha nemmeno provato.

Il quadro è completo, sembra non mancare nulla, e in fondo anche quella lunga introduzione dei personaggi elargita all’inizio del film acquista un senso, merito dell’ottimo cast certo (c’è buona parte dello star system italiano contemporaneo, compresi Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Pierfrancesco Favino, Claudi Gerini), ma anche di una scrittura che a dispetto di quello che si può comunemente pensare di Muccino, evita l’abuso di troppo rigidi cliché (niente nord e sud, niente destra e sinistra) per dedicarsi davvero ai personaggi. Unica pecca sembra essere il ruolo, piuttosto esile, della graziosa cugina incarnata da Elena Cucci, cui il nuovo taglio di capelli pare dare parecchia noia, dato il suo continuo lisciarsi la chioma, sempre pronta a ricaderle sugli occhi.
Ma tant’è, Muccino in A casa tutti bene prosegue senza sosta, teso a rivelare quanto non ci sia rifugio alle inquietudini dei quarantenni, l’unica speranza è riposta nella pace dei sensi, raggiunta dai maturi genitori, o nell’Alzheimer, che ha colpito lo spaesato zio Sandro (Massimo Ghini). In questo A casa tutti bene istituisce un ponte ideale con Ricordati di me, perché anche lì l’unica possibilità di coesione per il nucleo familiare era data proprio dalla perdita di memoria. Non c’è altra alternativa d’altronde, se si vogliono mettere da parte insoddisfazioni e rancori è meglio anelare all’oblio, alla dimenticanza, o più radicalmente, come dice in un momento del film il pater familias incarnato da Ivano Marescotti, meglio nascere orfani. Quanto ai giovani poi, c’è poco da illudersi: il ricambio generazionale innesca solo una coazione a ripetere.

È un film tragico A casa tutti bene, e senza speranza, travestito da affresco familiare e impacchettato per una data d’uscita ironica eppur perfetta: il giorno di San Valentino.
E Muccino si rivela un autore che, piaccia o non piaccia, prosegue nella sua poetica personale, intento sempre a nascondere il suo intellettualismo in prodotti di stampo popolare, dove si esibisce nelle sue evoluzioni stilistiche, blandisce con un cast di sicura presa, rimescola ancora una volta amori e tradimenti, speranze e disillusioni. E in tal senso forse A casa tutti bene è la sua opera più matura e riuscita, dove abbandonate le tensioni moraleggianti presenti in Ricordati di me si concentra sui suoi personaggi senza giudicarli né puntare il dito verso una degenerazione social-culturale in atto (lì attribuita soprattutto alla tv, con i suoi sogni di gloria e la relativa corruzione morale), perché se essa c’è stata, ora ha decisamente compiuto il suo percorso. E in tal senso assume un senso assai ficcante l’utilizzo che Muccino fa stavolta della musica. Accanto al fin troppe volte reiterato tema principale composto da Nicola Piovani, questa volta non troviamo più l’usuale playlist pop sciropposa e piaciona spennellata qua e là come trait d’union tra una sequenza e l’altra, bensì una reinterpretazione tutta diegetica di alcuni capisaldi della canzone nostrana (tra gli altri, Bella senz’anima e Dieci ragazze per me), che soli sembrano ancora possedere il potere di tenere insieme la famiglia (e, per traslato, gli italiani), ma in realtà si rivelano il sintomo ulteriore di una degenerazione della coesione interpersonale. Anche quando poi torna l’amato sodale Lorenzo Jovanotti, sin troppo abusato nel precedente L’estate addosso, Muccino ci tiene a farne un uso funzionale alla scena in questione e sorprendentemente potente.
“Nelle famiglie personalità sempre in conflitto. A volte anche una finta gentilezza è per litigare”, cantava Battiato anni fa, e nel panorama pop melodico nazionalpopolare certo non mancherebbero fonti di ispirazione per accompagnare un bel musical, tragico e sentimentale, sardonico e crudele. Chissà che un giorno Muccino non lo faccia davvero.

Post recenti

Leave a Comment