Vite precarie: “Generazione 1000euro”

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In Italia non solo è difficile trovar lavoro ma, allorché trovato, è una pia illusione ambire al famigerato “posto fisso”: l’80% dei giovani finisce impigliati nella rete della precarietà, da cui non è affatto facile liberarsi.

“Flessibilità” e “precarietà” sono concetti diversi: la flessibilità è un’opportunità professionale, la precarietà una drammatica condizione esistenziale.

Eppure oggi flessibile fa sempre più rima con precario.

 

Per molti rimane un “totem” l’idea che la precarizzazione del lavoro costituisca l’unica via possibile per perseguire la crescita e lo sviluppo.

Tutte le riforme del mercato del lavoro susseguitesi negli anni (dalla “legge Treu” del 1997che ha introdotto i famigerati “co.co.co.”- alla “legge Biagi” del 2003 -che ha creato i contratti di lavoro “a progetto” ed “a chiamata”-) hanno introdotto una crescente deregolamentazione del lavoro, non accompagnata da adeguate tutele per i nuovi lavoratori “atipici”.

Ed i frutti di queste politiche oramai, più che maturi, sono cadenti!

Lavoro a tempo determinato o part-time, ma anche contratti di somministrazione (ex interinali) o di collaborazione (a progetto, coordinata e continuativa, mini co.co.co., occasionale), ed ancora associati in partecipazione, prestatori d’opera con partita Iva, cessione di diritti d’autore, vouchers, lavoratori dello sport: richiede un duro lavoro anche solo orientarsi in questa inesplicabile “giungla” contrattuale!

 

Quanti sono i lavoratori precari?

Circa “4 milioni”:

1,4 milioni i lavoratori “atipici” in senso stretto (collaboratori a progetto dei settori privati, co.co.co. della pubblica amministrazione, associati in partecipazione, collaboratori occasionali e lavoratori che cedono i diritti d’autore nei settori dell’informazione e dello spettacolo);

2,5 milioni i lavoratori a tempo determinato o con contratti di somministrazione (gli ex interinali);

400 mila le false partite Iva.

 

Questa la fotografia più aggiornata del mondo del lavoro in Italia (fonte Datagiovani):

tra gli under 35, i precari sono raddoppiati in otto anni, passando dal 20% del 2004 al 39% del 2011;

◇ nel biennio 2009-2010, oltre il 76% delle assunzioni è stata fatta a tempo determinato, mentre i contratti di lavoro standard sono stati solo il 20,8% del totale (su quattro lavoratori neoassunti, tre sono precari!);

◆ nel 2011 i contratti a termine in Italia ammontavano al 50% del totale (nel 2001 erano solo il 9,6%!);

lo stipendio di un precario regolarmente è inferiore dal 20% al 33% rispetto alla retribuzione netta mensile di un collega stabilizzato;

la retribuzione media di un precario si attesta sugli 836 euro netti al mese: 927 euro mensili per i maschi, 759 euro per le donne (fonte Cgia di Mestre).

Tutto questo senza considerare che i precari di oggi saranno destinati a divenire i poveri di domani: secondo uno studio del Cerp di Torino, dopo 40 anni di contributi, beneficeranno di una pensione media di 7.303 euro lordi l’anno, pari a “608 euro” mensili!

 

I cultori della “flexibility no limits” difendono la tesi per cui il riconoscimento alle aziende di una piena libertà di assunzione e licenziamento produrrebbe maggiore mobilità dei lavoratori, occupazione e retribuzioni più alte.

Non tutti gli economisti, però, concordano.

Guglielmo Forges Davanzati (docente presso la Facoltà di Economia dell’Università “Federico II” di Napoli), ad esempio, sostiene che la “flessibilità spinta” sarebbe la principale causa della riduzione dei salari, dei consumi e dell’occupazione.

La deregolamentazione del mercato del lavoro, a suo avviso:

1- disincentiverebbe gli investimenti in innovazione (se un’impresa può fare profitti comprimendo i salari ed i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non avrà convenienza ad investire nell’innovazione tecnologica);

2- ridurrebbe la propensione al consumo (l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro li spinge ad aumentare i risparmi);

3- ridurrebbe l’occupazione (la possibilità di aumentare la produttività dei lavoratori con la minaccia di un licenziamento o di un mancato rinnovo contrattuale riduce il ricorso a nuove assunzioni);

4- incentiverebbe la “finanziarizzazione” dell’economia (la compressione della domanda di beni e servizi, conseguente alla riduzione di salari e consumi, disincentiva gli investimenti produttivi, dirottando quote crescenti del capitale in investimenti speculativi).

Proprio quest’ultima è la causa prima della crisi mondiale che stiamo attraversando, che, scoppiata negli Usa, ha subito contagiato l’Europa.

 

La precarietà è in grado di ridurre i lavoratori a fantasmi di un “limbo senza regole”: costretti ad elemosinare un nuovo rinnovo contrattuale o alla ricerca continua di un nuovo lavoro; discriminati rispetto ai propri colleghi stabilizzati; senza adeguate certezze di percezione di reddito futuro; senza alcuna garanzia di formazione professionale continua; in totale soggezione al datore di lavoro (disponendo quest’ultimo di un potere contrattuale incomparabile); privati del diritto a progettare un futuro, per sé e la propria famiglia (Sposarsi? Fare un figlio? Acquistare un’auto? Chiedere un mutuo?).

In questo contesto:

i giovani pagano sulla propria pelle il prezzo del cd. “brain waste” (o “spreco di cervelli”), trovandosi costretti ad accettare impieghi che richiedono l’applicazione di una piccola parte delle conoscenze acquisite;

le donne sono doppiamente penalizzate, trovando lavoro con maggior difficoltà, essendo pagate meno dei loro colleghi e dovendo frequentemente ritardare la maternità, se non proprio rinunciarvi (è un caso che l’Italia, con una media di 1,4 figli per donna, è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità?).

 

Fino agli anni ’90, la speranza era un sentimento così diffuso da far convinti i padri che il futuro “avrebbe sorriso” ai propri figli.

C’è da sorprendersi se, invece, oggi ha assunto sembianze sempre più “minacciose”?

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