Liberare i boss significa dimenticare le stragi di mafia

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Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, associato della School of Public Affairs and Administration (SPAA) presso la Rutgers University di Newark (USA). Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise e Direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise, è stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

Professore che ne pensa delle numerose scarcerazioni di mafiosi dei giorni scorsi?

Sono un segnale altamente negativo anche se c’è qualcuno che ritiene non vi sia nessuno scandalo e nessun allarme. In me prende forma il volto delle vittime, quello di chi ha denunciato quelle persone e se le ritrova nel suo territorio e magari passeggiare sotto casa. Il ritorno nel loro ambiente riafferma il potere della mafia e da l’impressione di una sconfitta da parte dello Stato. A me non interessa tanto il numero dei mafiosi scarcerati quanto il messaggio pericoloso che arriva ai cittadini onesti ed indifesi.

Cosa si poteva fare per impedire queste scarcerazioni?

Un Governo che si è sempre definito del “cambiamento” avrebbe dovuto cominciare ad affrontare adeguatamente il sovraffollamento e gli altri problemi che affliggono il sistema carcerario nel suo complesso e più volte segnalati agli addetti al lavoro del Ministero. Si sarebbe dovuto pensare subito alla possibilità che un boss malato e anziano potesse avere una collocazione sanitaria interna al sistema carcerario. Di sicuro non sono tra quelli che ritengono si possa sottovalutare la tutela della salute dei detenuti perché mafiosi. Lasciare in carcere una persona che è affetta da grave malattia (es. in fase terminale), che nelle strutture ospedaliere del carcere non può essere curata, trasformerebbe quella pena in un trattamento disumano, nel caso in cui, invece, può essere curata in tali strutture, non vedo alcun trattamento disumano e nessuna violazione di princìpi fondamentali costituzionalmente garantiti. Ricordo, per chi non conosce la norma, che il 41-bis prevede si possa essere curati in un regime ospedaliero carcerario.

Lei crede che i boss tornati liberi riprendano il potere?

Il ritorno di un mafioso nel suo territorio costituisce un pericolo concreto e astratto. La valutazione va fatta caso per caso. Se tornassero soggetti anziani e gravemente ammalati non è affatto automatico mentre se non fossero in condizioni critiche non si può escludere che riprendano un ruolo di comando. Bernardo Provenzano era capo di Cosa Nostra a 73 anni, non dimentichiamolo. Resta in entrambe le situazioni il messaggio negativo verso i cittadini.

Cosa ne pensa delle nuove norme per bloccare le scarcerazioni?

Temo abbiano soltanto un effetto simbolico e mirino a rassicurare i cittadini allarmati e a salvare il ministro. Il problema emerso risiede nelle carenze strutturali delle carceri e nelle difficoltà del Dap nell’affrontare l’emergenza. Ricordo, da studioso di diritto penale, che attualmente già esiste una normativa che consente di rivalutare la situazione di pericolosità del soggetto, l’evolversi delle sue condizioni di salute e dell’emergenza sanitaria nei contesti territoriali e di vita nelle carceri. Sussiste inoltre per il nuovo decreto il divieto di retroattività poiché si tratta di norme che disciplinano l’esecuzione della pena. L’iniziale valutazione quindicinale e poi mensile delle singole posizioni credo contribuirà ad intasare il lavoro dei giudici di sorveglianza. Se i mafiosi usciti tornassero in carcere nonostante queste discrasie non sarebbe certamente un risultato negativo.

Ora non c’è più Basentini, ma Petralia che ne pensa?

Guardi io non penso male di Basentini anzi credo gli errori non siano stati i suoi. Ho conosciuto Tartaglia e nutro molta stima verso di lui. Ritengo Petralia un magistrato di grande esperienza. Requisito quest’ultimo necessario per la direzione del Dap. La gestione delle carceri è complessa e serve una maturata esperienza e capacità di gestire oltre sessantamila detenuti e quarantamila persone che lavorano nelle carceri.

Posso chiederle cosa ne pensa dei trattamenti riservati a suo tempo a Riina e Provenzano che ancora oggi dividono?

Se si leggessero con attenzione e nella sua totalità i provvedimenti giudiziari della CEDU si noterebbe che ad esempio la permanenza di Provenzano al 41-bis non ha in alcun modo violato il suo diritto a non essere oggetto di trattamenti inumani e degradanti. Il “carcere duro” di Provenzano non poteva essere considerato incompatibile con il suo stato di salute e la sua età avanzata. Il boss mafioso poteva essere curato nelle strutture ospedaliere carcerarie e così è stato. Il regime di carcere duro ai mafiosi è un provvedimento personale sottoposto all’esame giudiziale. Lo Stato ovviamente ha il compito di garantire il rispetto dei fondamentali diritti umani ai detenuti che sono sottoposti a questo trattamento che non è certo ascrivibile ad alcuna forma di tortura. A dimostrare l’infondatezza di tale degenerazione da più parti sollevata vi è la possibilità di interrompere il regime del 41 bis, mediante la collaborazione con la giustizia. Non dimentichiamoci che Riina fu trattato nel miglior polo ospedaliero specialistico che abbiamo in Italia ed ha potuto usufruire di tutte le garanzie mediche, sanitarie e umane che lo Stato può offrire a un libero cittadino. Così come le migliori condizioni di assistenza, di cure mediche e di diritti umani, sono state assicurate a Bernardo Provenzano il quale è rimasto al 41-bis fino alla morte, ma ha ricevuto fino alla fine le migliori cure da parte degli specialisti degli ospedali in cui è stato ricoverato.

Secondo lei può un giudice considerare il dolore di chi ha perso una persona cara ammazzata dai mafiosi?

Non può ma deve e non intendo dal punto di vista umano ma proprio giuridico. Il giudice deve tutelare i diritti dei cittadini, a maggior ragione delle vittime, in questo caso, esposte alla violenza mafiosa.

Non le sembra che stiamo andando sempre più verso un diritto penale umorale?

Il diritto penale non è certamente lo strumento più idoneo per affrontare e risolvere problemi della società civile. Considero tuttavia nemici sociali i mafiosi, i corrotti, gli evasori fiscali ma non mi piace la strumentalizzazione del diritto penale a fini politici. Mi spiego meglio: i problemi del mondo del lavoro non si risolvono o si riducono con le condanne penali ma con le riforme sociali ed economiche. La giustizia penale serve ad un solo scopo: accertare le responsabilità di chi ha commesso un reato e applicare la giusta conseguenza penale.

Un’ultima domanda, posso chiederle cosa farebbe lei se fosse al posto del ministro Alfonso Bonafede, si dimetterebbe?

Per essere al suo posto dovrei conoscere cosa è successo in un giorno da portarlo a cambiare idea sulla nomina del dottor Di Matteo al Dap e non lo so, quindi, le darei una risposta inutile.

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