25 Novembre: cosa intendiamo per violenza sulle donne

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Il 25 novembre si ricorda in tutto il mondo la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

L’Italia, per l’ennesimo anno, si ritrova a tracciare un bilancio impietoso che parla di una donna uccisa ogni tre giorni, 91 da inizio anno. Con l’aggravante, poi, del fattore lockdown che, a causa delle misure restrittive, ha visto triplicare i femminicidi.

«Abbiamo involontariamente creato profondo disagio» ha spiegato il premier Giuseppe Conte durante un incontro al Senato sui centri antiviolenza.

Nella maggior parte dei casi, però, non si arriva alla denuncia, ma ci si rivolge ai centri antiviolenza.

La sudditanza psicologica è un fattore chiave della dipendenza tra vittima e partner violento.

C’è però un’altra circostanza che rende difficile rompere questo legame: la mancata autonomia economica della donna.

Gli effetti della pandemia hanno inciso sull’indipendenza finanziaria femminile. Secondo i dati illustrati ieri dal Censis, tra uomini e donne ci sono circa 20 punti di differenza nel tasso di occupazione (48,4% donne, 66,6% uomini) e, in questo periodo, il tasso di occupazione delle donne è diminuito quasi del doppio rispetto a quello degli uomini, facendo segnare un -2,2% rispetto al 2019, contro il -1,3% degli uomini.

Il 54% delle donne che lavorano, inoltre, sottolinea come in questi mesi siano aumentati stress e fatica, mentre tra gli uomini è il 39% a sostenerlo.

Il contesto, insomma, non fa che aggravare situazioni già a rischio. E il contesto dentro cui matura la violenza va ben oltre le mura domestiche.

“La ricorrenza di oggi induce a riflettere su un fenomeno che purtroppo non smette di essere un’emergenza pubblica. Le notizie di violenze contro le donne occupano ancora troppo spesso le nostre cronache, offrendo l’immagine di una società dove il rispetto per la donna non fa parte dell’agire quotidiano delle persone, del linguaggio privato e pubblico, dei rapporti interpersonali”.

Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una dichiarazione in occasione della “Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne”.

Le istituzioni – sostiene Mattarella – hanno raccolto il grido di allarme lanciato dalle stesse donne e dalle associazioni che da decenni sono impegnate per estirpare quella che è, ancora in troppe situazioni, una radicata concezione tesa a disconoscere la libertà delle donne e la loro capacità di affermazione. Per questo resta fondamentale, per le donne che si sentono minacciate, rivolgersi a chi può offrire un supporto e prevenire la degenerazione della convivenza in violenza”.

Per violenza non si può intendere solo l’uso della forza fisica. Più volte, in questi anni e soprattutto quando si parla di donne-vittime, è stato ribadito che la violenza è anche psicologica. Per definizione, «è l’abuso della forza rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà».

Il 25 Novembre, dunque, può essere una buona occasione per ricordare tutte quelle situazioni che mettono le donne in difficoltà.

Lo ha fatto questa settimana Chiara Ferragni, influencer da oltre 22 milioni di follower su Instagram, a cui non sono stati risparmati orribili commenti dagli haters sotto il video «Essere donna nel 2020». La Ferragni ha parlato di slut shaming, victim blaming, revenge porn, spiegando cosa siano questi fenomeni. Ed è andata oltre.

Nel video ha anche sottolineato come non solo gli uomini, ma anche le donne stesse cadano nel tranello del (pre)giudizio. Per l’aspetto fisico, per l’abbigliamento, per le scelte nella vita privata.

Lo fa dopo aver preso appunti, dopo essersi informata, non con la presunzione di insegnare, ma di far riflettere a tutti.

Racconta cosa significhi essere donna nel 2020 e,quando parla di sbagli,soprattutto delle donne, utilizza la prima persona plurale.

Simbolo del riscatto femminile, da tre settimane a questa parte, c’è la prima vice-Presidente donna degli Stati Uniti d’AmericaKamala Harris. Di lei si è scritto molto, il più delle volte usando il suo nome e non il suo cognome, come invece è consuetudine accada per gli uomini. Raramente abbiamo letto «la vicepresidente Harris», mai abbiamo trovato «il presidente Joe». Ed è un uso, questo, che fanno anche le donne.

Viene dunque da chiedersi: «Se fosse un uomo, ci rivolgeremmo a lui così?». Il discorso è ampio, e non vale ovviamente solo per come viene chiamata la vice-Presidente Harris.

Giovanna Pancheri, corrispondente dagli Stati Uniti di SkyTg24, nelle stories di Instagram ha raccontato come spesso le si faccia notare di non essere molto sorridente in video. «A un uomo chiederebbero mai di sorridere di più?» si è chiesta la reporter. E con l’hashtag #nosmilenojob non sono mancate testimonianze di altre donne, con altri impieghi, a cui è stata fatta la stessa osservazione.

Ora, in senso stretto questa non può essere considerata violenza, ma è indicativa di ciò che ci si aspetta dalle donne e non dagli uomini.

Ci sono mamme che vorrebbero un part time, ma per ragioni economiche o di disapprovazione del partner non lo fanno. Ci sono mamme che si licenziano, alcune perché devono, altre perché vogliono. Ci sono donne che pensano che abbiano mollato, mentre semplicemente hanno fatto una scelta.

Il punto è che il centro di queste discussioni sono quasi sempre le donne. 

Secondo un report Istat del 2018, tra le coppie con figli sono tre le tipologie più diffuse: solo il padre occupato a tempo pieno (32,4%); entrambi i genitori lavorano a tempo pieno (27,5%); padre occupato full-time e madre occupata part-time (16,0%). La categoria della madre full-timepadre part-time non esiste, o, almeno, è molto molto rara.

Scardinare consuetudini e tradizioni non è facile, ma la lingua italiana ha già avviato il meccanismo. L’assessora, la direttrice, la calciatrice: ruoli solitamente maschili ora sono anche appannaggio delle donne.

La versione femminile suona male perché contrasta con l’idea che abbiamo di un impiego storicamente ricoperto da un uomo. Continuando a ripeterla sarà probabilmente più facile superare certi stereotipi.

Il compito spetta a tutti, uomini e donne. E se si pensa che alle Europee del 2019 in Italia ha votato solo il 50% delle aventi diritto, nonostante le elettrici siano circa 2 milioni più degli elettori, c’è da chiedersi in questo 25 Novembre quanta strada, ma soprattutto quanto impegno, debbano metterci le donne stesse perché non ci sia più una giornata che le ricordi come vittime.

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