Gli Stereofunk, un scrigno prezioso aperto nella musica della Capitanata

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Parliamo del singolo “The dance” l’ultimo singolo della formazione prettamente funk non a caso chiamata Stereofunk. Essa è composta dal nucleo duro e creativo nell’ artista Luciano Ferrucci stimato paroliere e agitatore culturale nella scena musicale, filmica e letteraria di Lesina, e del polistrumentista Antonio Miucci, ispirato da mondi di luoghi e non luoghi sonori che spingono dagli Iron Maiden fino al jazz passando attraverso la psichedelia dei Floyd fino ai compositori lounge come Umiliani.

Interessante è da sottolineare che questo duo però, assume diverse vesti artistiche. Da menzionare è quella di “Iron&Gang”. Per la precisione, in questo prezzo “ Summer Maiden”, la tessitura è chill-easy e funk microtonale. C’è un un’assolo poderoso e lo scorrimento di foto din cui campeggia una stupenda poesia di Luciano, dedicata ai loro amati compagni di viaggio scomparsi: leoncino e Francesco Giagnorio. Gli Stereofunk  tirano fuori “the dance”, un’anomalia del loro suono tipico suddetto, che nasce come canzone costola di un Adamo caleidoscopico e summa femmina pregna di alterazioni e visioni che vanno dal velluto blu di Lynch fino al videodrome di Cronenberg. Il pezzo ha un sitar campionato alla chitarra che fa tornare alla mente gli esperimenti in bolla di un certo progressive dei Porcupine Tree. Nel laboratorio a scoppio, di sostanze alogene e gas floydiani, si perde il controllo del flusso di in-coscienza e, le contorsioni della serpe di campagna, sembrano gli spasmi della macchina morbida e della scimmia di un tossico cut up burroughsiano. Misto di miti videosonori in cui i Tool tornano dai padri detentori di una certa pachidermia lisergica all’indirizzo Cream di Disraeli gears. Il brano di cui parliamo, è stato scritto e girato da Luciano Ferrucci che alle parole in-crociate questa volta trova e suggerisce sensazioni al limite di certi mondi disturbanti di Lars von Trier, Gaspar Noè, e Lucio Fulci (vedi alla voce mondo movies). Antonio Miucci coglie il lavoro di cesellatore che da anni fa sul portfolio degli Iron Maiden. Mette su una base, un certo numero contrappuntativo di miniassoli nascondendone il senno primo e imbastendo un arrangiamento ricercato e pruriginoso. Un arrangiamento dove i nostri due trovano amplesso chimico-elettrico con l’aiuto una mano lontana alla chitarra ritmica di un altro artigiano lesinese poliedrico e iperinvasato agitatore Delle 7 corde: Matteo Torchiani.

Potremmo fermarci a questa intossicazione mentale?

No di certo!.

Perché l’importante di questi malvagi Stereofunk, é di essere una coppia solida ma anche una famiglia allargata. Il merito è di aver attratto a sé un gran numero di artisti lesinesi, creando di fatto una scena. Purtroppo nascosta fino ad ora, che ha radici di anni ed anni di incursioni in questo è quell’ altro genere senza limiti pregiudiziali di sorta.

Ci sono da 15 anni. Ma questo ragazzo-suono è diventato già un uomo, come si vede nella foto dei due noti amici dalla cinematica immortalità.

Quindi hanno trasceso anche l’età del mortale e nella loro avventura “eterna” ci terranno ancora compagnia tra uno scherzo da bar e un palco nascosto, la loro solita monicelliana malinconica risata e il ghigno Zanardiano, sarà un bel “cielo in una stanza”.

Intanto in attesa del prossimo pezzo vi posto un pó di link dove trovate il loro prezioso lavoro e le loro collaborazioni in questi anni di “sotterranea attività”.

L’uomo stereofunk è un punk innamorato di un paio di tette e di un culo di latex di una sbarbina follemente e perennemente in eptadone. E qualcuno capirà perché.

A presto.

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