Grani Digitali: il talento va coltivato

I ragazzi delle quinte del Pascal hanno incontrato, nei loro PCTO, i responsabili della Marketing Movers – nell’incubatore Grani Digitali – i quali hanno spiegato agli studenti il percorso per il lancio delle loro startup.

L’obiettivo non deve essere quello di arrivare ad un posto di lavoro.

L’obiettivo deve essere quello di essere continuamente impiegabili nelle nuove situazioni.

Quindi, bisogna sviluppare una forte adattabilità ai cambiamenti e soprattutto bisogna capire che il momento formativo, purtroppo, non si chiude più con il periodo scolastico.

Il nuovo atteggiamento è accompagnare tutta la vita da una fase di apprendimento continuo rispetto al cambiamento intorno.

Oggi, la maggior parte delle aziende italiane, non ha il problema di prodotto o di mercato, ma di rigidità delle strutture: non riescono ad adattarsi ai tempi che cambiano, alla tecnologia, ai mutamenti di mercato.

Anche il Covid, che stiamo vivendo oggi, in realtà, è fortemente rappresentativo di cosa può succedere tutti i giorni dal punto di vista finanziario, economico e dei mercati.

Oggi c’è una velocità ed una globalizzazione tale per cui, se crolla un mercato in Cina, muoiono 500 aziende in America.

Tutto è connesso e mutabile da un giro o all’altro.

Non ci sono più mercati stabili, business garantiti, monopoli come prima. C’è una concorrenza continua diretta ed indiretta su qualsiasi prodotto, servizio o mercato.

La startup, che uno dei temi all’interno del concetto di Grani Digitali, è una modalità nuova di fare impresa, molto flessibile. Perché la startup parte da una idea, da un progetto, e ,nel suo svolgimento, si adatta il meglio possibile alle mutazioni del mercato.

Oggi si dice che qualsiasi impresa dovrebbe essere in un atteggiamento di startup continua.

Servono delle persone flessibili. La loro adattabilità va sviluppata da subito, quando i ragazzi sono nel loro percorso scolastico. Bisogna avere una visione della realtà per fare le proprie scelte.

I ragazzi delle quinte hanno accolto con entusiasmo l’incontro e hanno partecipato in modo attivo, interagendo con i moderatori dell’incontro – svoltosi in webinar secondo le disposizioni anti-Covid vigenti – e ponendo interessanti interrogativi. Questi ultimi troveranno modo di ampliarsi e svilupparsi nel corso dei successivi webinar.

Questo incubatore ha tante funzioni e deve essere molto coinvolgente per ragazzi al fine di dare loro tutti gli elementi per mettergli in condizione di scegliere del loro futuro nella mia maniera più giusta possibile. Spesso le scelte future sono influenzate dall’ambiente che abbiamo intorno.

Tra le tante attività che si faranno, si darà una panoramica visiva e tattile di quante opportunità ci sono nel mercato, da sviluppare autonomamente.

Il talento va coltivato.

I ragazzi saranno messi nelle condizioni di capire che hanno molti più talenti di quelli che immaginano. Saranno individuati e verrà data ai ragazzi l’opportunità di svilupparli.




25 Novembre: cosa intendiamo per violenza sulle donne

Il 25 novembre si ricorda in tutto il mondo la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

L’Italia, per l’ennesimo anno, si ritrova a tracciare un bilancio impietoso che parla di una donna uccisa ogni tre giorni, 91 da inizio anno. Con l’aggravante, poi, del fattore lockdown che, a causa delle misure restrittive, ha visto triplicare i femminicidi.

«Abbiamo involontariamente creato profondo disagio» ha spiegato il premier Giuseppe Conte durante un incontro al Senato sui centri antiviolenza.

Nella maggior parte dei casi, però, non si arriva alla denuncia, ma ci si rivolge ai centri antiviolenza.

La sudditanza psicologica è un fattore chiave della dipendenza tra vittima e partner violento.

C’è però un’altra circostanza che rende difficile rompere questo legame: la mancata autonomia economica della donna.

Gli effetti della pandemia hanno inciso sull’indipendenza finanziaria femminile. Secondo i dati illustrati ieri dal Censis, tra uomini e donne ci sono circa 20 punti di differenza nel tasso di occupazione (48,4% donne, 66,6% uomini) e, in questo periodo, il tasso di occupazione delle donne è diminuito quasi del doppio rispetto a quello degli uomini, facendo segnare un -2,2% rispetto al 2019, contro il -1,3% degli uomini.

Il 54% delle donne che lavorano, inoltre, sottolinea come in questi mesi siano aumentati stress e fatica, mentre tra gli uomini è il 39% a sostenerlo.

Il contesto, insomma, non fa che aggravare situazioni già a rischio. E il contesto dentro cui matura la violenza va ben oltre le mura domestiche.

“La ricorrenza di oggi induce a riflettere su un fenomeno che purtroppo non smette di essere un’emergenza pubblica. Le notizie di violenze contro le donne occupano ancora troppo spesso le nostre cronache, offrendo l’immagine di una società dove il rispetto per la donna non fa parte dell’agire quotidiano delle persone, del linguaggio privato e pubblico, dei rapporti interpersonali”.

Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una dichiarazione in occasione della “Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne”.

Le istituzioni – sostiene Mattarella – hanno raccolto il grido di allarme lanciato dalle stesse donne e dalle associazioni che da decenni sono impegnate per estirpare quella che è, ancora in troppe situazioni, una radicata concezione tesa a disconoscere la libertà delle donne e la loro capacità di affermazione. Per questo resta fondamentale, per le donne che si sentono minacciate, rivolgersi a chi può offrire un supporto e prevenire la degenerazione della convivenza in violenza”.

Per violenza non si può intendere solo l’uso della forza fisica. Più volte, in questi anni e soprattutto quando si parla di donne-vittime, è stato ribadito che la violenza è anche psicologica. Per definizione, «è l’abuso della forza rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà».

Il 25 Novembre, dunque, può essere una buona occasione per ricordare tutte quelle situazioni che mettono le donne in difficoltà.

Lo ha fatto questa settimana Chiara Ferragni, influencer da oltre 22 milioni di follower su Instagram, a cui non sono stati risparmati orribili commenti dagli haters sotto il video «Essere donna nel 2020». La Ferragni ha parlato di slut shaming, victim blaming, revenge porn, spiegando cosa siano questi fenomeni. Ed è andata oltre.

Nel video ha anche sottolineato come non solo gli uomini, ma anche le donne stesse cadano nel tranello del (pre)giudizio. Per l’aspetto fisico, per l’abbigliamento, per le scelte nella vita privata.

Lo fa dopo aver preso appunti, dopo essersi informata, non con la presunzione di insegnare, ma di far riflettere a tutti.

Racconta cosa significhi essere donna nel 2020 e,quando parla di sbagli,soprattutto delle donne, utilizza la prima persona plurale.

Simbolo del riscatto femminile, da tre settimane a questa parte, c’è la prima vice-Presidente donna degli Stati Uniti d’AmericaKamala Harris. Di lei si è scritto molto, il più delle volte usando il suo nome e non il suo cognome, come invece è consuetudine accada per gli uomini. Raramente abbiamo letto «la vicepresidente Harris», mai abbiamo trovato «il presidente Joe». Ed è un uso, questo, che fanno anche le donne.

Viene dunque da chiedersi: «Se fosse un uomo, ci rivolgeremmo a lui così?». Il discorso è ampio, e non vale ovviamente solo per come viene chiamata la vice-Presidente Harris.

Giovanna Pancheri, corrispondente dagli Stati Uniti di SkyTg24, nelle stories di Instagram ha raccontato come spesso le si faccia notare di non essere molto sorridente in video. «A un uomo chiederebbero mai di sorridere di più?» si è chiesta la reporter. E con l’hashtag #nosmilenojob non sono mancate testimonianze di altre donne, con altri impieghi, a cui è stata fatta la stessa osservazione.

Ora, in senso stretto questa non può essere considerata violenza, ma è indicativa di ciò che ci si aspetta dalle donne e non dagli uomini.

Ci sono mamme che vorrebbero un part time, ma per ragioni economiche o di disapprovazione del partner non lo fanno. Ci sono mamme che si licenziano, alcune perché devono, altre perché vogliono. Ci sono donne che pensano che abbiano mollato, mentre semplicemente hanno fatto una scelta.

Il punto è che il centro di queste discussioni sono quasi sempre le donne. 

Secondo un report Istat del 2018, tra le coppie con figli sono tre le tipologie più diffuse: solo il padre occupato a tempo pieno (32,4%); entrambi i genitori lavorano a tempo pieno (27,5%); padre occupato full-time e madre occupata part-time (16,0%). La categoria della madre full-timepadre part-time non esiste, o, almeno, è molto molto rara.

Scardinare consuetudini e tradizioni non è facile, ma la lingua italiana ha già avviato il meccanismo. L’assessora, la direttrice, la calciatrice: ruoli solitamente maschili ora sono anche appannaggio delle donne.

La versione femminile suona male perché contrasta con l’idea che abbiamo di un impiego storicamente ricoperto da un uomo. Continuando a ripeterla sarà probabilmente più facile superare certi stereotipi.

Il compito spetta a tutti, uomini e donne. E se si pensa che alle Europee del 2019 in Italia ha votato solo il 50% delle aventi diritto, nonostante le elettrici siano circa 2 milioni più degli elettori, c’è da chiedersi in questo 25 Novembre quanta strada, ma soprattutto quanto impegno, debbano metterci le donne stesse perché non ci sia più una giornata che le ricordi come vittime.




Grani Digitali: (ri)partiamo dal Pascal

È ufficialmente tutto pronto per la partenza di Grani Digitali, il primo incubatore di talenti che faranno imprese, dedicato ai ragazzi delle quinte dell’Istituto Tecnico Blaise Pascal.

Presso il Pascal sono terminati i lavori per l’allestimento delle aree di coworking ed i laboratori dedicati al progetto

È risaputo che il Tavoliere delle Puglie sia il granaio d’Italia ma, questa volta, a seminare per un futuro di intraprendenza saranno proprio gli studenti. 

L’Istituto “Blaise Pascal” di Foggia dà ufficialmente il via al progetto ambiziosissimo del primo incubatore e acceleratore di idee innovative.

Esso si propone di suscitare negli studenti il fascino del mettersi in gioco nella promozione di una propria impresa e di investire la propria creatività nell’incontro con le imprese del territorio. 

Grani Digitali è, dunque, un punto di incontro tra i giovani che stanno costruendo il loro percorso lavorativo, le imprese ed il territorio. 

Un laboratorio per poter far combaciare tutte le esigenze. 

Sarà molto più di un semplice “laboratorio”.

Un’iniziativa essenziale per il territorio.

Sono ormai decenni che il mercato – principalmente quello localelamenta la mancanza di sincronia tra la formazione scolastica ed universitaria e le esigenze del mondo delle aziende.  

È sempre più necessario un cambio di mentalità che porti ad investire energie nella autoimprenditorialità piuttosto che nella ricerca di un posto di lavoro fisso.

Grani Digitali sarà un vero e proprio percorso di incubazione di startup in tutte le sue tipiche fasi.

L’iniziativa, già pubblicamente presentata il 26 settembre scorso, si struttura in 3 fasi

La prima: offre ai ragazzi un modello di impresa virtuoso, con una serie di incontri formativi tenuti da imprenditori del territorio, manager, recruiter, startupper e formatori. 

La seconda: ogni classe lavora su uno specifico caso aziendale, lanciato in collaborazione con le imprese partner. 

La terza: i team elaborano la propria idea imprenditoriale che potranno continuare a sviluppare qualora si iscrivano all’Università di Foggia.

Il tutto sarà finalizzato alla stimolazione e generazione di idee imprenditoriali e alla loro realizzazione

Tra i formatori ed i testimoni, arriveranno a Foggia nomi di spicco nazionale nel settore dell’impresa, dell’innovazione, del digitale e delle startup.

Grani Digitali, ideato e coordinato da Marketing Movers e l’I.T.E.T. Blaise Pascal, ha raccolto l’adesione di organismi e aziende del territorio foggiano, tra i quali: Coldiretti, Confartigianato, Confcommercio, Università di Foggia, Gruppo Gelsomino, RM Services, Sanità Più, Clinica del Sorriso, Pony Express, Mario Moroni, Slidinglife, Build You. 

Sono, inoltre, intervenuti all’evento di inaugurazione: Mario Moroni, imprenditore digitale, speaker e startup mentor; Massimiliano Arena, founder di Sliding Life, nominata migliore startup legal tech in Italia; Raffaele Identi, docente e referente Pcto dell’ITE Blaise Pascal; Novella Rosania, marketing manager di Sliding Life e digital strategist; Luigi de Seneen, consulente di marketing strategico ed esperto di pubbliche relazioni.

Nel contesto scolastico moderno è ufficialmente giunto il momento di parlare di imprenditoria e preparare i ragazzi a essere imprenditori e imprenditrici di sé stessi.

(Ri)partiamo dal Pascal!




Un bimbo che si porterà via distanziamento e protezioni

Foto che raccontano il dolore, la fatica, la solidarietà e la speranza.

Tutti, a loro modo, hanno voluto documentare la pandemia.

Alcune di queste immagini sono già icone del nostro tempo.

Ultima, l’immagine postata da un ginecologo di Dubai, il dottor Samer Cheaib, che in poco tempo è diventata virale sui social network. Per molti questa immagine in bianco e nero è già diventata la foto dell’anno. 

E c’è chi l’ha definita l’immagine simbolo del 2020.

Il dottore, che spesso sui profili social parla del suo lavoro dando – in particolare nel periodo della pandemia – messaggi di positività e speranza, ha voluto condividere questo scatto. 

In tanti gli hanno risposto o hanno postato un semplice messaggio, condividendo poi l’immagine. C’è chi ha parlato di foto dell’anno, chi ha sottolineato che un’immagine del genere scalda il cuore e trasmette sensazioni positive sul futuro.

Un neonato, appena venuto al mondo, si aggrappa con tutte le forze alla mascherina del medico che lo ha appena fatto nascere e che lo sorregge tra le braccia. Sembra volerla strappare dal volto divertito del dottor Cheaib.

Subito dopo l’immagine, la frase che ha in sé un messaggio di speranza, ma al tempo stesso è un po’ come un pugno nello stomaco (perché nessuno sa quando ne usciremo): «vogliamo tutti un segno del fatto che presto toglieremo le mascherine».

L’immagine è stata condivisa migliaia di volte e ha commosso gli utenti di tutto il mondo, diventando virale nell’arco di poche ore.  

Durante questi lunghi mesi di pandemia, il suo lavoro si è spesso trasformato in un messaggio positivo e, come in questo caso, colmo di speranza.

Il dottor Cheaib ha spiegato che, a suo parere: «si tratta di un neonato con una visione». 

Parlando della fotografia ha detto: «questo bambino era il secondo di una coppia di gemelli il cui parto è avvenuto un paio di settimane fa. Il padre, felice, mi stava fotografando mentre tenevo in braccio i bambini. Il secondo ha tentato di strapparmi la mascherina e il papà ha sentito il bisogno di catturare questo momento. C’era positività nella foto e penso che faccia sorridere le persone che la vedono. La positività e il sorriso lavoreranno per aumentare l’immunità delle persone ed aiutare a combattere questa pandemia». 

Per molti è un auspicio, una speranza, il futuro sotto forma di un bimbo che si porterà via distanziamento e protezioni.

Viviamo il primo evento storico globale, fotografato, postato e condiviso da miliardi di persone.

Punti di vista infiniti per raccontare una pandemia e molti degli scatti simbolo sono italiani.

Un racconto che comincia con un selfie di Li Wenliang, oculista all’ospedale di Wuhan, il primo a capire e lanciare l’allarme, non creduto, ammonito dalle autorità cinesi, morto di Covid nel suo ospedale. Solo, proprio come Papa Francesco nell’immensità di una piazza San Pietro deserta. Sotto la pioggia, la preghiera Urbi et Orbi per il mondo in quarantena.

Un’umanità chiusa in casa ed affacciata alla finestra, sognando una normalità ed una spiaggia al posto del divano.

Insegnanti senza classi. 

Alunni senza compagni di scuola. 

Salme senza un cimitero abbastanza grande per contenerle.

Negli ospedali la battaglia più dura. 

Qui non si permette alle piaghe ed alla fatica di prendere il sopravvento.

E i muri di tutto il mondo si riempiono di omaggi per coloro che non vogliono essere chiamati eroi, ma medici ed infermieri. Sono loro a ricordarci che con l’impegno di tutti, presto l’unica corona sarà quella di principi e principesse che verranno a portare luce in questo mondo, ormai troppo buio.

E che, anche questa volta, andrà tutto bene!




Focus: quello che non sapevi sul mondo delle start-up

Da alcuni anni si è registrata una crescita imponente di attività riferite al tema delle start-up.

Tra le caratteristiche principali di questo tipo di imprese c’è l’aspetto innovativo che le contraddistingue dalle tradizionali attività aziendali ed il percorso di crescita che intraprendono per affermarsi sul mercato e divenire aziende di successo.

Oggi c’è un gran fermento intorno al mondo delle start-up, tanto che alcuni affermano che siamo già dentro alla Terza Rivoluzione Industriale, poiché anche i processi produttivi stanno cambiando e si stanno allineando al processo di innovazione intrapreso dalla società moderna, con una comunicazione in tempo reale e l’utilizzo di nuove tecnologie, limitando i costi rispetto al passato.

Potremmo parlare senz’altro di “rivoluzione digitale” in quanto molte di queste aziende emergenti si inseriscono soprattutto nel settore informatico.

Basta pensare alle migliaia di applicazioni – o più brevemente app – che in poco tempo sono state create ed ai social network che hanno migliorato la comunicazione a distanza.

Al tema delle start-up è collegato ampiamente quello dell’imprenditoria giovanile.

Molte di queste imprese emergenti ed innovative nascono delle idee brillanti dei ragazzi che, finiti gli studi, decidono di aprire una propria attività .

Molte imprese start-up nascono da semplici idee che, con una buona pianificazione, si possono tramutare in grandi imprese.

Per far questo, però, è necessario trovare anche finanziamenti, investitori che credono nell’idea.

In Europa le start-up trovano terreno fertile per crescere grazie ai numerosi bandi che il Parlamento Europeo mette a disposizione attraverso fondi destinati proprio ad aiutare le nuove imprese.

Anche in Italia il Governo si sta impegnando duramente attraverso incentivi, agevolazioni, creazione di nuove forme di accesso al credito.

In tal modo intende dare uno stimolo allo sviluppo ed alla crescita ed essere al passo delle grandi economie del mondo.




Grani Digitali: potenziamo persone che faranno imprese

Presso la Città del cinema di Foggia si è svolto l’evento Grani Digitali.

I ragazzi sono stati il fulcro ed il filo conduttore dell’evento.

In alcuni casi, i giovani si trovano a vivere un’alternanza contrastata con il loro percorso di studi.

L’evento pone un imperativo: il dovere di seguire il proprio talento.

Il nostro talento è prendere la vita in mano e farne un capolavoro.

Non ci sono più attenuanti, non ci sono più scuse.

Il futuro lo scriviamo noi stessi, nella misura in cui crederemo nei nostri sogni.

Grani Digitali vuole trasformare il percorso di Alternanza Scuola Lavoro non più in una perdita di tempo e di denaro – come alcune volte è, per esempio, successo. Piuttosto vuole renderlo un percorso di apprendimento su come si fa impresa, su come si fa innovazione.

Per cui, da una parte si risponderà alle esigenze delle imprese locali che hanno bisogno di innovazione, dall’altra i ragazzi si divertiranno a creare la propria start-up.

Questo percorso vedrà la partecipazione dei ragazzi delle quinte

E l’istituto Blaise Pascal di Foggia rappresenterà il primo vero incubatore d’impresa del territorio.

Il progetto sarà diviso in due fasi.

La prima fase combacerà con il primo quadrimestre.

I ragazzi, divisi per classi, risponderanno alle esigenze delle aziende sponsor del progetto nella misura in cui daranno risposta ai loro problemi di innovazione tecnologica o di innovazione digitale.

Le varie aziende proporranno un problema e i ragazzi, divisi in team, o meglio per classi, dovranno dare una soluzione. Il percorso sarà di tre/quattro mesi.

Nella seconda fase, chi vorrà (quindi non è più obbligatorio), costituirà un team – all’interno del Pascal – per creare una start-up

Lo potrà fare fino a Giugno, mese in cui i loro progetti innovativi di start-up saranno presentati alla platea di imprenditori presenti all’evento, per chiedere di essere finanziati.

Questi imprenditori locali potranno addirittura entrare nel capitale sociale delle start-up.

I partner sono vari: il gruppo Gelsomino, la R.S.S.A. Il Sorriso, RM Service, Confcommercio, Camera di commercio e l’Università degli studi di Foggia.

Quest’ultima ha dato un annuncio di continuità. Per cui, i ragazzi che si iscriveranno l’anno prossimo presso la facoltà di Foggia, continueranno il progetto.

È quasi banale ricordare che la nostra terra ha una vocazione prettamente turistica e agroalimentare, pertanto la gran parte delle aziende che parteciperanno al progetto provengono da questi mondi.

Tuttavia ciò non esclude che possano esserci altre aziende, che rappresentano delle eccellenze del territorio – soprattutto in termini di export. Esse potranno essere al tempo stesso dei testimonial.

Perché per fare l’imprenditore non bisogna solo studiare sui libri, ma contaminarsi della vita quotidiana dell’imprenditore.

Queste imprese non finanzieranno solo le start-up ma potranno proporre offerte di lavoro ai ragazzi che prenderanno parte al progetto.

Perché tutti i ragazzi hanno le potenzialità e il talento per fare impresa.

Si inizia a fare sul serio!

Basta giocare!




Tempo di bilanci per la redazione del giornale scolastico…ma continueremo a raccontarvi la vita

Ogni anno scolastico si fanno sempre dei bilanci. Purtroppo, questo è stato un anno monco. Sì, così lo definirei, perchè è come se questa pandemia avesse tagliato braccia e gambe ad idee, progetti, opportunità e momenti di crescita. Tutti elementi che sono linfa vitale per la scuola, tutti tasselli che abbiamo immaginato, ideato, costruito, sin dai primi di settembre. Eppure è bastato un invisibile e devastante virus a distruggere il nostro anno scolastico. Non ha più le gambe per correre verso i traguardi ambìti, né le mani per plasmare quanto ideato. Così, inevitabilmente sfuma tutto. Restano desideri irrealizzati tutte le iniziative scolastiche come conseguire la certificazione Cambridge o gli incontri con gli scrittori. Tuttavia l’anno scolastico continua a vivere con la DAD, ma ha perso la vitalità che si respira nelle aule, nei corridoi, al momento dell’ingresso e durante la ricreazione. Vitalità che è incontro tra chi insegna e chi apprende. Gli strumenti digitali, mai potranno sostituire l’apprendimento attivo ed i rapporti che si realizzano all’interno delle classi. Questo momento storico sta offrendo la possibilità di riflettere sull’importanza della scuola. Quando, nel prossimo anno scolastico, riprenderemo in mano la nostra scuola saremo sicuramente più entusiasti e creativi. Quindi, pazienti, attendiamo questo momento.

La redazione de “IlSottoSopra” ringrazia tutti coloro che hanno partecipato ai nostri incontri ed a quanti ci hanno sopportato e supportato nelle nostre dirette e, nel frattempo, diamoci abbracci digitali.




Diario di bordo: giorno 40

È proprio vero!

Non ti accorgi di quanto qualcosa sia bello finché non ti manca.

Guardiamo le nostre città – addormentate e silenziose – dalle nostre finestre.

Oltre non si può andare. 

Ce l’hanno chiesto.

Hanno detto che non dobbiamo toccarci.

Questo silenzio che protegge le nostre strade e la vita che grida dai balconi.

C’è chi è fermo, ma si muove perché non riesce a ridurre la propria velocità d’urto neanche in “reclusione forzata”.

Chi dà tutto senza chiedere nulla in cambio,

chi stringe i denti sotto la mascherina,

chi dà una mano nonostante i guanti,

è stremato, ma ci dona la forza per sperare,

è stanco, ma non ci pensa neanche un attimo a mollare,

chi ha paura, ma ha quel sorriso che risveglia il coraggio e dà senso ad ogni fatica,

chi è lontano ma, superando le distanze, ci resta vicino,

resta vicino ad un Paese spaesato, che non smette mai di ricordarci chi siamo, ma che resiste.

Ancora una volta.

Noi italiani siamo gente strana: da sempre innamorati delle contraddizioni.

Viviamo nel Paese più bello del mondo e facciamo finta di non saperlo.

Ed ora che lo possiamo ammirare solo dalla finestra, ci sembra ancora più bello.

Tutta questa bellezza inavvertitamente ci sfiora, e non può fare altro che mancarci.

Ma non demordiamo.

Rassicuriamoci!

Quando tutto questo avrà finalmente trovato la sua fine, torneremo più irruenti di prima.

Correremo a riempire quelle piazze deserte – che ora guardiamo con occhi quasi sognanti.

E i monumenti che tutto il mondo ci invidia, brulicheranno di visitatori.

Avremo di nuovo lo sfondo perfetto per le nostre foto, quelle con cui – se escono bene – tappezziamo tutti i social possibili e immaginabili.

Nulla è cambiato: fuori dalla finestra resta sempre il Paese più bello del mondo.

Tanti elementi eterogenei, armonizzati, che, insieme, sono ARTE.

È come se migliaia di anni fa, una di quelle divinità greche – di cui non ricordiamo mai il nome – avesse lanciato un prisma sulla Terra e questo si fosse dispiegato in tutte le bellezze della nostra cara Italia.

La stessa natura è un’opera d’arte che si è prestata alla mano agile di un pittore.

La natura è già arte per sé, ma l’uomo l’ha sovrapposta alla sua opera.

Anche l’arte è paesaggio.

Ovunque.

Il nostro paesaggio è uno dei più belli, così tanto che gli stessi artisti non hanno potuto fare a meno di rappresentarlo nelle loro opere e di risiedervi tra le sue campagne e i suoi borghi.

Siamo stati capaci di dare un nome a tutto.

Abbiamo pensato al nostro evento storico preferito, al mito che da piccoli sapevamo a memoria e lo abbiamo assegnato al nostro paesaggio del cuore.

Così, anche il più piccolo scorcio di terra è da noi conosciuto, ancora prima di vederlo.

Noi italiani siamo belli così: imbevuti di cultura e di fantasia.

Se avessimo potuto produrle entrambe, avremmo monopolizzato il mondo.

Ma noi non siamo così.

Siamo attori in questo grande teatro.

Ma se balleremo tutti sotto le note della stessa canzone, ci sembrerà di essere tutti più vicini.

Come un lungo telefono senza fili.

Ma i fili sono arterie che attraversano tutte le nostre città.

Perché la città siamo noi.

Uniti dalla stessa paura e dalla stessa musica.

A volte è dura, ma proviamo a pensare a come sarà bello dopo.

Abbracciarsi fuori dai bar, stare in dieci su una panchina.

Stretti, ma nuovi.

Nulla tornerà più come prima e tutto avrà il sapere della perdita.

Sì, di quello che abbiamo pensato di perdere – che qualcuno ha perso per sempre – ma che è ancora lì. Vivo.

Ora dormi Italia.




Diario di bordo: giorno 23

Un uomo solo, al centro della via, trafitto da un raggio di sole, come nei versi di Quasimodo.

Un’umanità straniata si affretta per le strade di città deserte e silenziose

Il vuoto. 

L’istantanea che resterà impressa di questi tempi difficili.

Papa Francesco, a piedi, lungo Via del Corso. Il suo pellegrinaggio privato fino al crocifisso che fu portato in processione durante la peste del ‘500.

Solo come Li Wenliang, il primo di una schiera di “medici eroi”. 

Diede l’allarme, ma non fu creduto. Ha pagato con la vita il suo sacrificio, morto in corsia.

A Madrid, il padiglione di una fiera può diventare un ospedale. Il Palazzo del Ghiaccio, un obitorio.

In fila, come a Prato, per fare la spesa.

Come i camion “carri funebri” di Bergamo. Gli operai in pausa pranzo a Wuhan.

Si chiama “distanziamento sociale”.

E’ il vetro che separa la piccola Mila con il suo papà. Lui entra in contatto con troppe persone al lavoro, lei fa la chemioterapia. Si sono divisi per il suo bene.

Come il nonno nella casa di riposo e la nipote venuta a dirgli: “Mi sposo. Aspettami. Devi esserci quel giorno.”

Distanti ma uniti.

Il mondo si chiude e si affaccia ai balconi.

Intanto, in trincea, medici e infermieri combattono la nostra prima guerra globale.

Ma proprio lì, negli ospedali, la vita continua a sbocciare, a ricordarci che andrà tutto bene.

Anche la scuola è cambiata “ai tempi del Coronavirus”: inizia a primeggiare la Didattica a Distanza, vengono utilizzate le piattaforme della multimedialità più spinta.

Indipendentemente dal valore della valutazione in sé per sé, è essenziale che i docenti non lascino soli i propri alunni, affinché quest’ultimi siano sempre pronti e partecipativi.

L’attività della Didattica a Distanza risulta essere un’attività che non è normata per il mondo della scuola. Quindi, tutto quello che si fa è dato dal senso etico dei professori. Ma è proprio così?

La nostra Dirigente Scolastica risponde: “La Didattica a Distanza è l’alternativa più immediata in un’emergenza. Era un’attività che poteva essere presa come punto di riferimento. E non è che è lasciata all’etica del docente, ma esso può decidere di utilizzarla secondo i criteri ad esso più convenevoli.”

Un docente ed ingegnere manifestava la difficoltà di collegamenti multimediali nella sua famiglia, perché essendo più persone, chi per lavoro, chi per studio, necessitavano di innumerevoli dispositivi elettronici. Consigliava, perciò, ai suoi colleghi docenti di avere più realismo e basso profilo nei confronti della Didattica a Distanza. 

La stessa Dirigente Scolastica ha esortato i docenti nel fare attenzione ed ha proposto anche lezioni pomeridiane, ove necessario. 

Tutta la componente docente è stata pertanto invitata nel ridurre l’orario curriculare di lezione, con lo scopo di non tenere gli studenti fissi, davanti ad uno schermo, per un tempo superiore alle 3 ore. 

È necessario ricordare che non tutte le famiglie hanno queste possibilità. Talvolta, ai tempi difficili che stiamo vivendo, si sommano tutte queste piccole situazioni.

Ne usciremo distrutti, ma ne usciremo. 

Insieme.




Diario di bordo: giorno 16

Ci troviamo di fronte alla Terza Guerra Mondiale?

Molto probabilmente sì. 

E non è una guerra che si combatte sul fronte, ma una “guerra batteriologica“, che si combatte in corsia. 

I nostri soldati sono i medici, gli infermieri, tutti gli operatori sanitari

In questa tragedia che non ha volti, non ha abbracci, ma solo numeri su numeri, c’è chi sta combattendo la sua guerra. 

E non lo fa su un campo di battaglia o dietro la trincea. 

È una corsa affannosa contro un’arma terribile. 

Ma la certezza è che la strada sia ancora tanto lunga. 

Gli ospedali sono stati travolti dall’emergenza. 

Tutti lì piangono, adesso. Ricordano la loro umanità, l’altruismo, la resistenza «fino all’ultimo paziente». Ma forse sarebbero i primi loro, medici di base e operatori del 118 a voler andare oltre la retorica degli «angeli con lo stetoscopio», e pensare a quei colleghi che ancora esercitano «in prima linea», senza gli strumenti di tutela adeguati. 

Ed ora che anche i nostri 24 soldati sono caduti, bisogna veramente avere paura

Se tutta questa è stata una prova, ora non si scherza più. Ci siamo dentro fino al collo.

I loro racconti sono scioccanti.

Non c’è confusione o panico. 

Avvolti nelle loro tute bianche, con mascherine e visiere, gli operatori non sono fermi un attimo.

Quello che colpisce sono le persone, tante, troppe, che sono lì.

Nessuno di noi ha mai visto una cosa simile. Gli operatori si sono scritti il nome a pennarello sulle tute, per potersi riconoscere. 

Tutti hanno il diritto di piangere, perché non andrà sempre tutto bene.

Poi, tornerà il sole. 

Poi.

Con i volti pallidi, con qualche cerotto in più, ma ci infetteremo di vita, che è l’unico virus di cui non possiamo farne a meno.