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Il velo delle donne islamiche diventa la bandiera per lo sport

Lo sport è stato da sempre un mondo maschilista e le donne hanno sempre avuto difficoltà ad ottenere il proprio spazio.

Le donne, considerate deboli non avevano il diritto di soddisfare i propri sogni, come il lavoro o lo sport, esse avevano il solo compito di svolgere le attività domestiche.

Solo nel 1916 le donne in Italia saranno ammesse alle gare di ciclo turistico e nel 1936 potranno accedere alle competizioni olimpiche.

 Oggi su 4,5 milioni di persone che praticano sport, solo il 26,9% sono donne, dicono i numeri del Comitato olimpico nazionale italiano.

Le donne musulmane a differenza di quelle italiane non hanno la possibilità di praticare sport in piena sicurezza.

Nella cultura musulmana alcuni comportamenti legati allo sport non sono concessi, quali mostrare il corpo in maniera eccessiva o essere fotografata dai social media.

Nel corso degli anni, si è verificato un grosso cambiamento.

Le Olimpiadi del 2012 a Londra hanno rappresentato una grande svolta poiché hanno partecipato ai giochi due atlete saudite, Sarah Attar e Wojdan Shaherkani.

Sarah Attar è stata la prima donna dell’Arabia Saudita a calcare una pista olimpica.

Sarah Attar ha voluto lanciare un messaggio a tutte le donne dell’Arabia Saudita: impegnarsi di più nello sport e sognare anche loro di diventare atlete come lei.

Ha dimostrato di poter essere atlete ad alti livelli conciliando lo sport con la tradizione islamica.

In questi paesi le donne sono costrette a praticare sport con l’Abaya, un lungo mantello o veste che si allaccia davanti.

Esso è indossato con un copricapo, come un hijab e con un velo che compre il viso.

Si spera, al più presto che alle donne vengano riconosciuti gli stessi diritti degli uomini e che non ci siano disparità tra di loro.

Rosiello Pia Jasmine 2B