Qualche tempo fa è stata diffusa la notizia che è stata assolta l’insegnante che ha “costretto” un alunno, che aveva definito “gay” un compagno, a scrivere cento volte “Sono un deficiente”.La famiglia aveva reagito e aveva chiesto l’intervento della Magistratura; anche il Ministero si era mosso con una ispezione.E’ anche notizia di questi giorni che un padre, dopo ventiquattro anni di tormenti con un figlio autistico, lo ha ucciso, pur dichiarando di averlo amato profondamente e di averlo assistito per tutta una vita con passione e senza l’aiuto di questa società che abbandona al suo destino malati gravi psichici e le loro famiglie.Due casi diversissimi ma che hanno in comune il problema della relazione tra adulti e giovani, tra chi educa e chi deve essere educato.I giovani sono restii ad accettare le punizioni, fanno fatica a riconoscere le colpe: chiamati alle loro responsabilità – per gli errori commessi o per mancanze esplicite – o riducono tutto a leggerezza, a scherzo, a involontarietà o trovano la scusa di una qualche provocazione precedente perché, sempre secondo questi giovani, chi non risponde all’attacco è vigliacco.Ma quel che preoccupa è l’atteggiamento delle famiglie: sono veramente poche quelle che collaborano con gli educatori, condividendo la punizione: scatta un meccanismo perverso – colpevolmente difensivistico – di tutela del figlio, anche di fronte all’evidenza schiacciante della colpa e dell’errore.La scuola, poi, vive oramai da anni una sorta di nuovo e perverso “sindacalismo genitoriale”: quel che riportano i figli a casa è sempre vero e di fronte ad una diversa narrazione dei fatti, da parte dei docenti, vale quel che hanno dichiarato i figli. E’ anche vero, però, che alcuni docenti sono colpevoli di “giovanilismo”: non comprendono che gli adulti-educatori non possono essere né amici dei giovani né propugnatori di stili di vita di cui essi non siano modelli viventi, autorevoli e non autoritari.Tra le “colpe” più gravi, a carattere giovanile, tutti sappiamo essere in testa quel fenomeno, oramai diffuso, che chiamiamo “bullismo”; termine generico che a volte ingloba atteggiamenti davvero di leggera competizione tra adolescenti in evoluzione assieme a gesti di esplicita cattiveria, crudeltà, grossolanità, arroganza; attenti, quindi, a non generalizzare o a sottovalutare.La violenza fisica è considerata la forma più grave di bullismo; si dimentica, invece, che quella psicologica e sociale è la più traumatica. Alcuni giovani sono nutriti, in questa società della mercificazione e della catalogazione sociale, di razzismo sociale ed economico: razzismo subdolo o palese ma che comunque mira a distinguere, ad emarginare, ad impedire le forme di consociazione alla pari, per valori e qualità positive. Ricchi contro poveri e poveri contro ricchi; griffati diversi da vestiti alla men peggio; fidanzati con le starlette di quartiere contro chi a stento riesce a strappare un sorriso attento da una compagna di classe. E mentre questi giovani sono lasciati ad una crescita nell’assenza educativa di certi genitori, solo affannati a “far soldi” e a “dar soldi”, come variabili dipendenti (o indipendenti?) dello status symbol della famiglia, la scuola continua a tentare lanci di messaggi di valore secondo cui è davvero “deficiente” chi impedisce ad un compagno di essere tale perché definito “diverso”. Se il padre di quel ragazzo, invece di definire “cogliona” la docente che ha punito il figlio, avesse spiegato al ragazzo che deficiente significa che “gli manca qualcosa”, cioè quel senso di democratico rispetto dell’altro e quell’affetto amichevole tra pari, probabilmente sarebbe stato “paterno” e non difensore assurdo e impossibile di un figlio “coglione”.Certi adulti non si accorgono che, con l’illusione di lasciare liberi i giovani, li tengono al guinzaglio di una infanzia prolungata, fatta di capricci pericolosi.Oggi è vietato dare qualche schiaffo o sculacciata; “botte” che non mi trovano convinto sostenitore. Noi, della generazione andata, ne abbiamo presi tanti, forse troppi; ma oggi sappiamo che erano nutrimento di buona educazione perché i nostri genitori, non acculturati in pedagogia e psicologia, non ci facevamo mancare né botte né carezze. Le carezze non erano sentimentalismi. Le botte non erano violenza di rabbia. Abbiamo nostalgia di entrambe.
Post recenti
-
Convegno in preparazione alla marcia della Pace
Sabato 9 maggio, alle 17, c/o il Palazzetto dell’Arte di Foggia, ci sarà il Convegno che... -
Torna la marcia per la pace Emmaus-Amendola: “Dedicata alle bambine e ai bambini morti nelle guerre in corso”
Domenica 10 maggio in programma la XIII edizione con la presenza di organizzazioni nazionali. Promossa dal... -
Il mercato delle auto elettriche accelera in Italia: a Marzo 2026 +71,1% di immatricolazioni
Le auto elettriche tornano al centro del mercato europeo, questa volta non soltanto per ragioni ambientali,...