Giovani in “STAND-BY”: il fenomeno dei “NEET”

5ce763f6-2762-48f3-ade6-cabfd234ec0f_largeUna “gioventù bruciata”, senza né arte né parte e con il futuro alle spalle, sta crescendo in Europa.

La Banca d’Italia li ha definiti “scoraggiati”, l’Istat “inattivi”, lo Svimez -prendendo in prestito un termine coniato nel Regno Unito- Neet” (“not in employment, education or training”): comunque li si chiami, giovani d’età compresa tra i 15 e i 29 anni, non iscritti ad alcun percorso formale di istruzione, non frequentanti alcun corso di formazione, senza lavoro e rinuncianti a cercarne alcuno.

Quanti sono i Neet?

Nel triennio 2005-2008 erano poco meno di 2 milioni, pari al 20% della popolazione nella stessa fascia d’età; nel 2010 sono saliti a “2,3 milioni”, circa il 23,4% (fonte Banca d’Italia e Ministero del Lavoro).

Solo in Bulgaria gli “scoraggiati” sono più numerosi: in Francia e nel Regno Unito sono il 14,6% della popolazione giovanile, in Germania appena il 10,7%.

Se i Neet italiani fossero messi tutti insieme, costituirebbero la seconda città del Paese, essendo pari alla somma degli abitanti di Napoli e Torino messi insieme: se non si interviene in tempo a fronteggiarne la crescita, così, il rischio è che in pochissimo tempo l’immaginaria “città dei Neet” diventi la prima!

 

I soggetti più a rischio di trovarsi in tale “limbo”, secondo un’indagine di Eurofound, sono i giovani:

presentanti delle disabilità (un individuo con disabilità ha il 40% in più delle possibilità di appartenere a questo gruppo);

con un background di immigrazione (i giovani immigrati, rispetto ai coetanei autoctoni, hanno il 70% in più delle probabilità di diventare Neet);

con un basso livello di istruzione (o i cui genitori hanno un basso livello di istruzione);

con un reddito familiare basso (o con genitori disoccupati);

meridionali (le città che detengono il primato negativo di giovani che né lavorano né studiano sono tutte concentrate al Sud: Napoli 37%, Catania 36,4%, Brindisi 36,3% e Palermo 36,3%).

 

Perché non si può restare indifferenti?

Per una ragione semplice: i Neet sono il termometro di un crescente “malessere sociale” che rischia di contagiare tutto il Sistema!

Il “neetismo” comporta un enorme costo sociale, legato non solo all’inattività di una parte della popolazione in età lavorativa ma anche ai sussidi per la disoccupazione e alle altre forme di sostegno cui tali soggetti necessariamente faranno affidamento.

Secondo Eurofound, nei 21 Paesi membri UE presi in esame, i costi economici della mancata partecipazione dei Neet al mercato del lavoro ammonterebbero ad oltre “90 miliardi” di euro l’anno (2 miliardi a settimana): l’inserimento nel mercato del lavoro di solo il 10 % dei Neet, quindi, comporterebbe un risparmio di quasi “10 miliardi”.

Solo in Italia, il costo economico dei Neet supererebbe i “26 miliardi” di euro l’anno, pari all’1,7% del Pil.

 

Il profilo medio di un Neet fotografato dall’Istat è quello di un giovane che vive coi genitori, non va al teatro né al cinema, legge meno dei propri coetanei, non fa sport e naviga poco su internet: dispone ovviamente di più tempo libero ma, generalmente, lo spreca dormendo, mangiando e lavandosi di più, guardando la tv, fumando e bevendo molto.

Una generazione “vivacchiante”, sonnecchiante, apatica, annoiata, nichilista, rassegnata… un po’ fannullona e bambocciona, eternamente in attesa che improbabili occasioni di lavoro bussino alla porta

Ma è giusto “generalizzare”?

È possibile credere che l’Italia sia un Paese con un esercito di oltre 2 milioni di “fannulloni”?

E la loro sarebbe una “scelta di vita”?

 

L’impressione è che i veri “sfaccendati” siano un’esigua minoranza, anche fra i Neet.

Cosa ce lo suggerisce?

I Neet “disoccupati” sono 729 mila. Ma è corretto giudicare sfaticati chi semplicemente un lavoro lo ha perso, per di più in un paese profondamente in crisi come il nostro?

I Neet “inattivi”, che non si dedicano alla ricerca di un lavoro in quanto scoraggiati ma disposti a lavorare se solo cogliessero un’occasione, sono 746 mila. È forse loro la colpa di vivere in una realtà dove spesso bravura e passione non contano nulla, piuttosto servono le amicizie o, al limite, l’utilizzo del corpo come merce di scambio?

I Neet “non disponibili” al lavoro sono 635 mila. Di questi, però, quasi la metà (279 mila) rinunciano per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. È giusto stigmatizzare tale scelta in un Paese che non offre adeguati servizi alle famiglie ed in cui per le donne è ancor più difficile trovare lavoro e ottenere una retribuzione dignitosa?

Di Neet “per scelta” -i veri “scansafatiche”, punto e basta- ne rimarrebbero soli 356 mila: sempre tanti, ma pur sempre lontani da quota 2 milioni!

 

Stereotipare i Neet come “fannulloni” non aiuta a comprendere questa realtà sociale.

Non a caso, secondo l’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), per molti giovani l’inattività non è una scelta ma il risultato di scoraggiamento e marginalizzazione, determinato da un insieme di fattori (la mancanza di qualifiche, problemi di salute e povertà, altre forme di esclusione sociale…).

Se non si interviene tempestivamente per ridare stimoli e speranze ad una generazione sfiduciata, il rischio è che presto sia troppo tardi.

Come sarà possibile disinnescare questa “bomba sociale” tra 10 o 15 anni, quando i Neet di oggi non potranno più contare sul sostentamento familiare e saranno troppo vecchi anche per i lavori più umili e dequalificati?

Che futuro aspetta un’intera generazione senza un lavoro stabile, una casa e l’opportunità di formarsi una famiglia?

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