In Giappone li chiamano “parasaito shinguru” (“single parassiti”), in Germania “nesthockers” (“quelli che non abbandonano il nido”), in Francia “Tanguy” (da un omonimo film uscito nel 2001), in Inghilterra “kippers” (acronimo di “kids in parents pockets eroding retiremen saving”, tradotto “quelli che restano a casa ed erodono la pensione e i risparmi dei genitori”).
In Italia è stato il compianto Padoa Schioppa, nel 2007 ministro dell’Economia, a coniare l’infelice neologismo “bamboccioni” per definire quei giovani incapaci di affrancarsi dai genitori, continuando a vivere sotto il loro stesso tetto ben oltre il termine degli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro.
Da allora, l’interesse verso tale fenomeno sociale sembra essere cresciuto di pari passo al fenomeno stesso.
Quante sono le vittime di quest’apparente “sindrome di Peter Pan”?
Più del 31% degli italiani maggiorenni abita con almeno un genitore: tra i 18-29enni coabita con i genitori il 60,7%, tra i 30-45enni il 26% (fonte Censis).
Anche se il fenomeno non è esclusivamente italiano, nel nostro Paese si resta in famiglia fino ad un’età che non ha pari nel resto d’Europa: in media, 28 anni.
Quando parlò per la prima volta Padoa Schioppa della necessità di “mandare i bamboccioni fuori di casa”, lo scandalo dei subprime americani era solo agli inizi.
Tuttavia la crisi economica ha segnato virtualmente uno spartiacque: se, prima del 15 settembre 2008 (data del fallimento della Lehman Brothers), la causa dei cd. “mammoni” era per lo più sociologica (convenienza, pigrizia, riluttanza ad assumersi responsabilità), adesso la causa è sempre più meramente economica (bamboccioni lo si è rimasti -o lo si è divenuti- “per necessità”).
Non più solo la “paura del futuro” bensì le problematicità del presente sono le cause prime della cd. “sindrome del ritardo”, per cui si esce in età più avanzata dalla scuola e dalla famiglia.
Disoccupazione, difficoltà ad arrivare a fine mese, impossibilità a pagarsi l’affitto o ad accedere a un mutuo per l’acquisto di una casa: rendersi indipendenti, in questo contesto, è un “lusso” per pochi!
La famiglia è divenuta l’unico welfare efficiente, un provider impeccabile di servizi e tutele, un modello eccezionale di solidarietà tra generazioni.
Nulla di deprecabile, sennonché, quando la casa natia diviene più che un’opportunità una prigione, il rischio per giovani disabituati alle responsabilità della vita è di non riuscire più a venirne fuori!
Come se non bastasse, le famiglie italiane si stanno progressivamente impoverendo (dati Istat):
◆ mentre nel 1995 una famiglia riusciva a mettere da parte il 22% delle proprie entrate, nel 2011 la quota di reddito accantonato si è ridotta all’11,5%;
◇ oltre il 15,7% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno;
◆ una su tre, infine, non riesce più a sostenere spese impreviste, ricorrendo all’indebitamento.
Per quanto tempo ancora la rete familiare di protezione sociale saprà contenere l’onda montante del disagio giovanile?