Un Male tutt’altro che banale: i Villains di Shakespeare rivivono a Borgo Turrito

Abbiamo ben appreso che la banalità del male è il paradigma morale del XX e XXI secolo. Una malvagità che si declina in una impersonale esecuzione di ordini, macchinalmente prodotta, amorale, acritica.

Ben diverso è il Villain di Shakespeare: immorale e ipercritico. Si pone domande, si interroga, soffre, rinnega mentre si riconosce nell’abisso che lo divora; si palesa al pubblico nei suoi aside, monologhi fiume nella solitudine e nell’ombra del frame.

Fra i vigneti, nelle cantine, nascosti tra vinificatori e botti, si palesano uno a uno. Incontriamo Claudio, fratello e assassino del compianto re Amleto, che ricaccia nel profondo del cuore un gesto inaccettabile, negandolo al mondo e a se stesso; Shylock, che disperatamente rivendica la propria umanità, mentre trama vendetta; Iago, che avvelena la mente di un Otello che, infine, compie l’irrimediabile e al pubblico non resta che versare lacrime per la povera Desdemona, alla quale viene negata la parola, la replica, la fiducia. E ancora, fin nel profondo della tenuta, dove incontriamo Macbeth, preda di un delirio fatto di insaziabile sete di potere e lancinanti sensi di colpa, nemici ovunque e mani insanguinate.

Il vino diventa un contrappunto quasi mistico in questo mondo parallelo, a specchio, dove si mostra l’umano, l’altro da noi che è in ognuno di noi. Non ci sono macchine, dispositivi, ingranaggi o sistemi; solo nudo l’Uomo di fronte al suo essere uomo.

L’arte ci trasporta e ci esplora, ci sospende, ci mostra quanto profondo e insondabile sia il logos dell’anima.

Non possiamo che ammirare, ritornati al reale, la bravura degli attori de “Il Teatro dei Limoni”.

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