C’è ancora una possibilità di futuro per i giovani in questo Paese? Il rischio è che prevalga la rassegnazione: se fra i giovani meno istruiti e più disagiati ne è segno l’emergere del “Neetismo”, tra i più preparati suscita allarme la cd. “fuga dei cervelli” (o “brain drain”), non tanto una fuga dalle proprie responsabilità, quanto una vera e propria fuga dal proprio Paese!
Se alla “fuga delle imprese” abbiamo già fatto l’abitudine (la delocalizzazione industriale è un processo in costante aumento: “Fiat docet”), con la “fuga dei cervelli” stiamo appena iniziando a fare i conti.
E cervelli non sono più solo i ricercatori scientifici (attratti dalle maggiori risorse e dai minori vincoli alla ricerca all’estero) ma anche giovani laureati di qualsiasi settore.
“Non vedo l’ora di lasciare l’Italia!”: questa una delle espressioni d’insofferenza più ricorrenti tra i giovani studenti.
Come stupirsi se in Italia il flusso migratorio verso la Germania è aumentato del 6,3%, tra il 2009 e il 2011 (fonte Il Sole 24 ore)?
In Germania sono 8 milioni gli under 30 con un’occupazione (generalmente ben retribuita), in Italia appena 3 (fonte CdS).
Un buon motivo per tentare la fortuna oltralpe, no?
I dati parlano da soli:
◆ ogni anno i giovani under 40 in fuga dall’Italia sono circa “100 mila” ed hanno superato quota “2 milioni” nel 2010 (fonte Italents);
◇ tra il 2009 e il 2010 , su 18 mila dottori di ricerca presi in esame, quasi 1.300 (il 7%) sono andati all’estero (fonte Istat);
◆ dal 2001 al 2010, l’incidenza dei cittadini laureati sul totale degli espatri è raddoppiata, passando dall’8,3% al 15,9% (fonte Istat).
Ma quanto ci costa questa fuga?
Secondo la Fondazione Lilly, negli ultimi vent’anni, ogni ricercatore che è andato a lavorare fuori dai confini nazionali ci è costato una perdita di “148 milioni” di euro (essendo stati “155” i brevetti prodotti da parte dei venti migliori ricercatori italiani all’estero e “301” i brevetti ai quali ricercatori italiani hanno partecipato in modo significativo).
Complessivamente quasi “4 miliardi” di euro, senza considerare la vanificazione dell’investimento in formazione dei giovani talenti regalati all’estero e la perdita di valore per il nostro tessuto industriale.
La mobilità internazionale del lavoro non è un fenomeno da stigmatizzare.
La cultura scientifica di un paese, anzi, aumenta se il flusso di scienziati in uscita e in entrata è continuo e robusto.
I flussi migratori in uscita di italiani con elevato livello d’istruzione, a dir il vero, sono inferiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi: Germania e Regno Unito presentano, in termini assoluti, il maggior numero di giovani espatriati fra tutti i 27 Paesi dell’Unione, rispettivamente 900.000 e 400.000, contro i soli 300.000 italiani (dato 2005, fonte “Organization for Economic Cooperation and Development”).
La sostanziale differenza è che, mentre questi paesi vantano anche una straordinaria “capacità attrattiva” di cervelli stranieri, l’Italia si pone al 24simo posto al mondo per competitività nell’attrarre talenti, preceduta persino dalla Grecia (fonte Centro Studi Confindustria).
Il problema italiano, allora, è un saldo netto “emigrati-immigrati qualificati” pesantemente negativo:
◆ su ogni 100 laureati nazionali, ce ne sono solo 2,3 stranieri (contro una media Ocse del 10,45%);
◇ le università italiane, con una media del 3,1%, sono le ultime per presenza di studenti stranieri (contro una media Ocse del 10%, che sale all’11,2% in Francia, all’11,4% in Germania fino al 17,9% in Gran Bretagna);
◆ i laureati italiani che lavorano nei 30 Paesi Ocse sono 395.229, mentre gli stranieri qualificati che hanno scelto di venire a lavorare in Italia sono solo 57.515 (solo 7 “cervelli” Ocse su 1.000 hanno scelto l’Italia come destinazione).
Un paese che cede facilmente all’estero i suoi migliori talenti senza attrarre giovani stranieri virtuosi subisce una perdita netta di “capitale umano”.
Continuando così le cose, il pericolo è che l’Italia si trasformi in un paradiso per turisti e pensionati!
Per questo una priorità assoluta deve essere:
◆ da un lato, frenare il “brain drain” (l’“export” di cervelli);
◇ dall’altro, incentivare il “brain gain” (l’“import” di intelligenze straniere), il “brain exchange” (lo scambio di cervelli tra paesi) e il “brain circulation” (la circolazione dei cervelli, il loro spostamento all’estero per approfondire gli studi, lavorare e fare ritorno in patria, dove mettere a frutto le competenze così acquisite).
Una sfida che si può vincere solo in un modo: rendendo il nostro un Paese migliore.
Ovviamente “tra il dire e il fare…”.
Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, in una discussa lettera pubblica indirizzata al figlio, lo ha esortato ad abbandonare l’Italia:
“Questo Paese -scrive Celli- non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati(…), l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Guardati attorno(…). Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.
Per questo(…) il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero.
Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi”.
Non conosciamo la strada che ha preso suo figlio -francamente non ci preoccupa-, ma sappiamo che molti italiani, pur senza essere “figli di qualcuno”, hanno seguito il suo consiglio.