Quello a cui stiamo assistendo in Venezuela, per mano degli Stati Uniti, è la negazione più esplicita del senso comune.
Ciò che spaventa di più non è solo l’atto in sé, ma la totale assenza di pudore nel mascherare un’operazione di stampo coloniale, il cui obiettivo reale resta il controllo delle risorse petrolifere.
Una giustificazione talmente fragile da ricorrere alla narrazione del narcotraffico in una delle aree del Sud America storicamente meno coinvolte da quel fenomeno.
Una costruzione retorica debole, funzionale solo a legittimare l’uso della forza.
Il linguaggio povero e aggressivo del presidente americano, unito alla centralità della paura e dell’oppressione, sembra riportarci ai grandi film sulla mafia italo-americana:
il meccanismo è lo stesso — forza, intimidazione, dominio — il tutto ammantato da presunti valori morali e da “sani principi” sbandierati come alibi.
Dopo aver imposto all’Europa il suo pizzo politico ed economico, questo soggetto continua imperterrito a comportarsi come il padrone del mondo…
Come accade alla vittima con il proprio strozzino, ci si lascia soggiogare per paura dell’alternativa: rompere, chiudere i ponti, interrompere i rapporti con chi oggi rappresenta una minaccia concreta per la pace e per l’umanità.
Donald Trump è il punto più basso che la storia recente degli Stati Uniti abbia mai attraversato.
La sua impunità è uno sfregio a ogni democrazia che ancora provi, faticosamente, a definirsi tale.
Essere solidali con il proprio carnefice significa essere stati privati di ogni senso critico e di ogni capacità di giudizio.
E no, non è una questione di destra o di sinistra.
È una questione di lucidità di fronte a una follia che attraversa il mondo, mentre nessuno osa chiamare questi soggetti con il termine che più li rappresenta: criminali.