In Italia si invoca da anni più ricerca

Il nostro Paese si colloca al 15simo posto in Europa per investimenti in ricerca e sviluppo, preceduto persino da Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia e Slovenia.

Secondo l’Ocse, nel 2011 l’Italia ha investito solo l’1,09% del proprio Pil in tale settore: numeri da “terzo mondo”, considerando che, tra i paesi più industrializzati, solo il Sud Africa fa peggio (con lo 0,92%).

Investono nettamente più del 2% del proprio Pil, invece, la Francia (2,11%), la Danimarca (2,43%), l’Austria (2,45%), la Germania (2,53%), gli Usa (2,62%), l’Islanda (2,78%), la Svizzera (2,9%) la Corea del Sud (3,23%), il Giappone (3,39%), la Finlandia (3,45%), la Svezia (3,73%) e Israele (4,53%).

Che futuro può avere un Paese che ha abbandonato l’agricoltura (surclassato dalle merci a basso costo provenienti dal Mediterraneo), arretra sempre più nel campo manifatturiero (non potendo seriamente competere con la solida manifattura tedesca o l’emergente industria cinese) e rinuncia persino ad investire sul proprio capitale umano?

 

Occorre ridare “centralità” alla ricerca ed allo sviluppo tecnologico.

Ecco da dove e come ripartire:

maggiori investimenti nella ricerca, ponendosi l’obiettivo minimo di raggiungere il 2% del Pil in investimenti nel settore nell’arco temporale di 3-5 anni;

maggiori incentivi alle imprese per l’innovazione tecnologica, ad esempio detassando gli investimenti privati in ricerca ed abolendo l’Irap;

realizzazione della “banda ultra larga” (o fibra ottica) in tutto il Paese;

costituzionalizzazione del diritto al “libero accesso a Internet”, inserendo un apposito richiamo all’interno dell’articolo 21 sulla libertà di stampa e di parola.

 

Troppo poco ci si occupa dello “spread digitale” (o “digital divide”) che distanzia l’Italia dal resto del mondo sviluppato.

Secondo la Commissione europea, il nostro Paese in Europa figura:

terzultimo come percentuale di popolazione che si connette alla rete almeno una volta a settimana (preceduto persino da paesi come Cipro, Croazia e Polonia, avanti solo a Bulgaria e Portogallo);

penultimo per la copertura di internet veloce (o Adsl) sul territorio nazionale (solo l’Irlanda fa peggio di noi);

ultimo per la copertura di internet superveloce (o fibre ottiche), coprendo solo il 10% del territorio (la Francia copre il 20% ed ambisce al 37% entro il 2015 ed al 100% nel 2025, il Portogallo il 60%, la Svizzera il 90%, la Corea ed il Giappone il 100%).

Oltre il 41% degli italiani non è “mai” entrato in rete: il doppio o il triplo rispetto alla Francia (24%), la Germania (17%) o il Regno Unito (10%).

Quando si parla di “alta velocità” che manca, allora, si dovrebbe in primis avere in mente l’arretratezza della nostra rete internet.

Il Tav Torino-Lione (linea ferroviaria destinata a “far volare” in Europa le merci provenienti dalla Cina dopo una lenta traversata transoceanica) ci costerà tra i 15 e e i 20 miliardi di euro: le stesse risorse che basterebbero a collegare il 100% degli italiani ad Internet superveloce.

La differenza?

Realizzare la banda ultralarga in Italia comporterebbe un aumento del Pil, ogni anno e fino al 2030, dall’1,5% (secondo le stime più pessimiste della commissaria europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes) al 3% (secondo l’Osservatorio “I costi del non fare”, di Andre Gilardoni).

Il futuro di questo Paese, allora, dipenderà dalla lungimiranza della politica nello scegliere la strada giusta.

E l’impressione è che la banda ultralarga rappresenti l’autostrada tecnologica di cui l’Italia ha più bisogno per ricominciare a correre.

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