Un pallido puntino azzurro. Le sterminate distanze del cosmo dal palco alla libreria.

«Un testo visionario e malinconico che ha entusiasmato la giuria», questo il giudizio del longevo e prestigioso Premio Riccione – lo stesso che nel 1947 consegnava il premio per la letteratura ad un ventiquattrenne esordiente Italo Calvino per Il sentiero dei nidi di ragno – all’opera finalista Un pallido puntino azzurro dell’autore foggiano Christian di Furia, che oracè diventato un libro.
Queneau, Borges, Levi, sono soltanto alcuni tra i più noti rappresentanti, certo nella letteratura narrativa, di un particolare approccio creativo che ha da sempre tratto stimoli dalla combinazione tra fantasia e scienza al fine di analizzare gli aspetti dell’animo umano.
Un pallido puntino azzurro è una drammaturgia che aspira a calare nella magica scatola teatrale il percorso umano di un personaggio, trasfigurando lo spazio infinito in un viaggio avventuroso. Una via di mezzo tra una messa in scena e un racconto da leggere, il monologo di genere fantastico narra le vicende di un singolare astronauta che tanto ricorda il Tom, del celebre brano di David Bowie Space Oddity, che arranca nella sua condizione di ottundimento
spaziale fino a regalarci uno dei più bei versi della canzone rock del Novecento, dove bellezza e malinconia convivono nella consapevolezza della nostra condizione di esseri infinitesimamente piccoli e fragili al cospetto della vastità dell’universo: planet Earth is blue and there’s nothing I can do. Il pianeta terra è lontano, terribilmente lontano. Un pallido puntino azzurro.

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