Messaggio di mons. Pelvi per la commemorazione dei defunti

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Carissimi, basta uno sguardo all’esistenza umana per constatare quanto la vita sia segnata dalla domanda che è la
morte. Siamo tutti solidali nel camminare verso la morte, che non è affatto un mancare ultimo, ma è, prima
di tutto, una imminenza che sovrasta. Davanti a questa vertigine diventiamo inquieti riguardo al nostro
destino e ci interroghiamo senza avere risposte.
Dietro l’evasione della domanda che è la morte, si nasconde in realtà l’assenza di passione per la verità:
attraverso l’eclissi della morte si tende a portare gli uomini a non pensare più, per abbandonarsi a quello
che è fruibile e calcolabile con il solo interesse della consumazione immediata.
È il trionfo della maschera a scapito della verità: è il nulla della rinuncia ad amare. Scompaiono, così,
i segni del lutto e viene meno uno sguardo religioso sul compimento dell’esistenza terrena. Senza una
religione della morte resta in piedi una vaga e sentimentale esperienza morbosa della vita. La morte, così,
viene concepita come accidente, se non addirittura come incidente. E così anche le procedure della morte,
insieme a tante altre che riguardano la vita, le relazioni, i viaggi e le vacanze, finiscono in una sorta di
foglio di calcolo, capace di convogliare i momenti dell’esistenza in un risultato che a noi interessa
governabile. Ci si allontana, così, anche dal corpo morto e dai luoghi in cui la vita continua a pulsare.
Penso all’industria della sepoltura, al protagonismo efficientista delle aziende mortuarie, che allontanano
sempre più l’esperienza personale e collettiva della morte dalla propria abitazione. Ci si ritrova dinanzi al
proliferare delle cosiddette case del commiato, che espropriano la gestione della morte dal suo naturale
nucleo familiare.
Eppure, l’audacia della sofferenza per noi credenti non è la mancanza di qualcosa, ma una qualità dello
spirito che cerca l’essenziale. Nello sguardo della fede alla ricerca di un senso che faccia non solo della
vita il cammino responsabile dell’imparare a morire, ma anche renda la morte il giorno natale della gloria,
evento misterioso del nascere oltre la morte.
Il Signore raccoglie le nostre lacrime, una ad una come in uno scrigno prezioso, quasi fossero il suo
tesoro.
Dio è sempre vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli animi affranti. Parole che lasciano disarmati,
che disorientano se non si pensa che il luogo dove risiede la felicità è Dio. La fede è una luce che fatica
ad illuminarci quando ci scontriamo con la durezza di un dolore, con l’urlo lancinante che ci apre al
distacco. La sofferenza non gira su se stessa, non è un flagello inutile, è una spada piantata nel centro delle
nostre giornate per separarci dall’effimero; è la spinta che ci permette di approdare alle sponde dell’eterno.
Lo insegna Gesù che sulla croce nel suo abbandono non esita a rinviare al volto paterno e amoroso la
sua angoscia: “Padre, nelle tue mani affido la mia vita”. La desolazione e la solitudine rivelano la
solidarietà con la condizione umana, con la quale il crocifisso entra fino in fondo. All’abbandono, però,
si unisce nella vicenda di Gesù, la comunione con Colui che l’abbandona: l’abbandonato accetta in
obbedienza d’amore la volontà del Padre: “Padre, mi abbandono a te”. La possibilità di vivere la
separazione più alta apre ad una profondissima vicinanza: morire come Gesù e con Lui è abbandonarsi a
Dio, lasciando che tutto si schiuda ad un’altra luce, in Colui che ci accoglie.
Non basta una vita per comprendere che nell’amore di Dio tutto è vita, anche la morte. Il senso della
vita è sempre oltre.

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