Al termine delle favole è usata sempre la frase del lieto fine: e vissero tutti felici e contenti. Un bambino a cui la favola è indirizzata probabilmente non ragiona sul significato delle parole in essa contenuta, specialmente perché è probabile che quella sia la favola della buonanotte, perciò quando la frase è pronunciata, forse il pargolo si sta già facendo cogliere del sonno.
Anche al risveglio il bimbo potrebbe pensare che felice e contento siano sinonimi, come se la locuzione contenesse un pleonasmo, ossia una ripetizione di un concetto mediante termini aggiuntivi e inutili. La verità, tuttavia, suggerisce che le due parole abbiano significato differente. Seppure il loro messaggio sia simile nel linguaggio formale e informale, felice è la parola più adatta a trasferire nella mente di chi ascolta un senso di benessere più rilevante della soddisfazione di un bisogno.
Contento è il participio passato del verbo contentare, che vuol indicare l’appagamento di un bisogno appartenente a un individuo. Probabilmente, quindi, la sua somiglianza col verbo contenere non è casuale. Una persona contenta non mangia perché non ha fame, per esempio.
Felice deriva da felix, termine latino nato per indicare la prosperità di un albero da frutto. Col tempo l’espressione si è allargata fino ad applicarsi alle persone, descrivendo l’abbondanza di risorse all’individuo necessarie.
Probabilmente e vissero tutti felici e contenti è una frase nata per il bisogno di allungare la fine dei racconti, così da allietarla, ma trovate le definizioni dei termini in essa contenuti, possiamo determinare che si può anche fare a meno di contenti.