Inizia nel peggiore dei modi il nuovo anno, con i continui scambi di minacce tra USA e Iran, culminata il 3 gennaio con l’uccisione del generale Qasim Soleimani da parte delle truppe americane, una delle figure più rimarchevoli e carismatiche dell’Iran e dell’intero medioriente. Questa mossa, moralmente inaccettabile, non è stata presa alla leggera dalla popolazione iraniana, che ha accusato pesantemente il colpo. Durante il funerale di Soleimani, a Teheran, c’è stata una vera e propria folla oceanica di persone, che a causa di ressa e confusione è sfociata nella morte di oltre 40 persone e un’infinità di feriti.
In realtà, nessuno ha accettato l’azione di Trump, neanche il Pentagono, reputando questa mossa troppo precipitosa e priva di condivisione e consultazione con gli esperti della sicurezza, ponendo in secondo piano i danni previsti. Fino a qualche settimana fa Stati Uniti e Iran si erano limitati a conflitti poco intensi, senza veri attacchi da entrambe le parti, fino alla poco attesa mossa di Trump, che voleva porre fine (uccidendo Soleimani) alla guerra in quelle regioni.
Come previsto, il 7 gennaio è arrivata la prima risposta da parte dell’esercito iraniano, che ha bombardato una base militare americana in Iraq, causando più di 80 morti. Questa mossa è stata voluta da Teheran come vendetta contro gli americani e, più specificamente, contro Trump. Tutti ora si chiedono come la prenderà il presidente, se deciderà di rispondere nuovamente o se calmerà un po’ le acque, per evitare lo scoppio di una vera e propria guerra che potrebbe estendersi in tutta l’area mediorientale.