L’Italia è diversa.
È bella perché è diversa. Da nord a sud.
Non c’è distinzione alcuna.
Dopotutto, noi italiani amiamo essere diversi, distinguerci, mettere in discussione tutto.
Ma solo una cosa ci unisce tutti: cantare.
Perché, d’altronde si sa, chi ci può vietare di cantare. Siamo nati cantando.
Siamo la patria del bel canto, della lirica, di Volare e pure di Nostalgia Canaglia.
E per una volta, solo una, affacciamoci a quel balcone – senza vergogna -, prendiamo le nostre torce e cantiamo a squarciagola.
Battiamo le mani, sì, battiamole per dire a tutti gli operatori sanitari che non sono soli.
E così l’Italia si unisce, dai polentoni ai terroni.
C’è chi canta “Azzurro” di Celentano, chi intona “Allora abbracciame cchiu forte“, chi si diverte a ballare la “Macarena” (perché l’allegria non si perde mai), chi ritorna al passato sulle note del mitico “Dragonball“, chi si diverte a fare il DJ set e anche chi imita Morgan in quella famosa serata di Sanremo, perché noi italiani non ci facciamo mancare proprio niente ed in fondo vorremmo tanto tornare alla settimana di Sanremo.
Se qualcuno della NASA decidesse di scattarci una fotografia dallo spazio, ci troverebbe tutti così imperfettamente ITALIANI.
Come direbbe il mitico Cutugno: “lasciatemi cantare“.
Sì, lasciateci cantare, che sia l’inno di Mameli o la solita canzone trash di cui, però, non riusciamo a farne a meno.
Per una notte, dalla Mole Antonelliana alle Torri di Bologna, dalla Cupola del Brunelleschi al Colosseo, dal Vesuvio all’Etna, passando per i Trulli e la Valle dei Templi, per una notte sola, stringiamoci tutti a coorte, stringiamoci in un abbraccio.
“Dai che domani uscirà il sole” – come ci ha cantato questo pomeriggio Fabrizio Moro.
Non dimentichiamocelo!