La novità dell’edizione 2020 appena conclusa è un riconoscimento votato dagli “adulti
“Con in bocca il sapore del mondo” libro più votato da docenti, bibliotecari e lettori Venerdì 11 dicembre, ore 18, incontro online e presentazione del suo nuovo libro
Dopo aver premiato virtualmente Claudio Fava, autore più votato dagli studenti per il suo romanzo Il giuramento (Add Editore), vincitore dell’edizione 2020 di Leggo Quindi Sono-Le giovani parole, tocca al più suffragato dagli “adulti”. Già, perché tra le novità di questa quinta edizione appena conclusa c’è anche il Premio della Critica LQS, deciso da docenti, bibliotecari, librai e lettori che, dopo aver letto i titoli in concorso, si sono espressi in una votazione a parte. Ad aggiudicarsi il riconoscimento “tecnico” è stato Fabio Stassi con il suo libro dal titolo Con in bocca il sapore del mondo (minimum fax), vero e proprio manifesto “per racconti” del meglio della poesia del Novecento italiano: venerdì 11 dicembre, alle ore 18, lo scrittore sarà protagonista di un incontro virtuale in cui, per l’occasione, presenterà anche il suo nuovo romanzo, Uccido chi voglio (Sellerio, 2020). Un doppio momento, dunque, scandito da due libri tanto diversi quanto interessanti, dei quali si parlerà online in diretta sulle pagine Facebook de IlSottoSopra, Leggo Quindi Sono, Ubik Foggia e Biblioteca “La Magna Capitana”. A incontrare virtualmente il vincitore del Premio della Critica LQS saranno alcuni dei lettori che hanno amato e votato il suo libro. A condurre, la docente Carla Bonfitto e il libraio Salvatore D’Alessio, direttore artistico di Leggo Quindi Sono.
Con in bocca il sapore del mondo (minimum fax). L’ultima spiaggia di via Veneto e un uomo con il cappotto in ogni stagione (Vincenzo Cardarelli). Un concerto di passerotti sul davanzale e un baritono mancato (Eugenio Montale). Lo scalo di un treno alla foce di un fiume e un accordatore di parole (Salvatore Quasimodo). Il salotto borghese di una casa in collina e un collezionista di farfalle (Guido Gozzano). Un mercoledì delle ceneri e un vecchio capitano in esilio (Gabriele D’Annunzio). Il baraccone di un tiro a segno e l’uomo dei boschi (Dino Campana). Il retrobottega di una libreria antiquaria e un figlio del vento (Umberto Saba). Una raccolta di francobolli e un funambolo solitario e malinconico (Aldo Palazzeschi). Un concerto di bossa nova e un bambino di ottant’anni che aveva la voce di Omero (Giuseppe Ungaretti). L’invettiva contro la luna e una donna che pagava i caffè con dei versi (Alda Merini). Fabio Stassi rende omaggio al Novecento e alla grande dimenticata del panorama letterario nazionale, la poesia, con una coraggiosa avventura mimetica e fantastica. Rimpatria nel mondo questi dieci autori, li fotografa in un gesto, li fa parlare in prima persona, dopo la morte e oltre la morte, da quel punto sospeso dello spazio e del tempo in cui sopravvive la voce di ogni poeta. Ne viene fuori un racconto in presa diretta della loro vita, di quello che pensavano della scrittura, delle idiosincrasie, ossessioni, desideri, dolori, allegrie. Dieci monologhi appassionati e coinvolgenti, una dichiarazione d’amore.
Uccido chi voglio (Sellerio). Questa storia è nata in un carcere. Un detenuto albanese mi rivelò, in un incontro, il vero significato dell’antico soprannome della mia famiglia, Vrascadù. Avevo sempre creduto che volesse dire Braccia Cadute e fosse una contrazione del siciliano. Si trattava invece di una frase arbëreshë; il ragazzo mi consegnò la traduzione su una pagina strappata che ho portato con me per anni: Uccido chi voglio. È il titolo di questo romanzo, e il motivo per cui comincia con un altro biglietto spedito da Regina Coeli. A scrivere a Vince Corso, che di mestiere cura la gente suggerendo libri da leggere, è un ergastolano di nome Queequeg. Inizia così una settimana difficile, nella quale Corso si troverà a un metro dalla follia e nel mezzo di un’indagine, ma da inquisitore a inquisito, come se oltre alla realtà anche l’alfabeto si fosse capovolto ed esistesse per davvero una Porta Magica tra i libri e la vita. Smarrito per Roma, Vince Corso si addestra a perdersi, non a ritrovarsi. La sua è la testimonianza di un detective involontario che non riesce più a leggere il mondo che lo circonda. Un rapporto sulle ombre, e sul potere minaccioso e salvifico delle parole. Una lunga lettera al padre, dopo tante cartoline.