Vedere Conte lasciare Palazzo Chigi accompagnato da un lungo applauso di tutti i dipendenti è stato davvero emozionante. L’Italia ha perso un uomo pacato, rispettoso, mai sopra le righe e che ha poco da invidiare all’attuale classe politica italiana.
La mia ammirazione all’ormai ex capo dell’esecutivo nasce dall’identificazione di Giuseppe Conte in quella che potremmo definire “una mosca bianca” nel panorama politico nazionale. L’avvocato, giurista e professore universitario che oggi ha lasciato le chiavi del governo a Mario Draghi è uno dei pochissimi esponenti politici che può vantare competenze oggettive, le stesse che lo qualificano nelle professioni suddette. Sembra un paradosso, ma è così: purtroppo, la maggioranza di coloro che affollano le Camere e le sedi istituzionali è ignorante. Una contraddizione inverosimile: in ogni tessuto della società sono ormai richiesti determinati requisiti attestati da titoli di studio, in politica no. E ciò rappresenta un’involuzione per i governanti, che tempi addietro si servivano del “politichese” e oggi non riescono a formulare correttamente una frase con soggetto, predicato e complemento.
È un effetto di una democrazia ancorata sul principio “uno vale uno“, che molte volte si trasforma in “uno qualsiasi vale uno“. Conte è stato un “uno” circondato da tanti “uno qualsiasi” che fanno della politica non uno strumento per il benessere dei cittadini, ma un mestiere che, di conseguenza, mira esclusivamente ai propri interessi. E ciò è provato da tutte le incoerenze e i giochi di palazzo che si verificano quotidianamente: sovranisti che improvvisamente diventano europeisti, leghisti che professano amore per il Sud Italia, uomini che vendono anche la propria anima per la poltrona. La democrazia permette anche questo, purtroppo. E l’ignoranza dilaga.
Antonio Iammarino