Un po’ di storia per “non dimenticare la storia”

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Quest’anno il 27 gennaio, giorno dedicato al ricordo delle vittime della Shoah, assume un significato ancora più intenso. In tutto il mondo, infatti, a causa del Covid tutti stiamo provando la tristezza della limitazione della libertà, la morte di tante persone e le polemiche sul vaccino, da molti considerato come un esperimento di “massa” sulle masse.

A partire dalla seconda metà del Novecento si diffonde il termine «Olocausto» per definire lo sterminio messo in atto dal regime nazista nei confronti degli ebrei. Esso, in realtà, era riferito in maniera più ampia a tutti i gruppi etnici e religiosi ritenuti «indesiderabili» dalla dottrina nazista: oltre agli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, i Rom, i malati di mente, i portatori di handicap, i prigionieri di guerra sovietici e gli slavi nel loro complesso. Per il suo significato religioso, il termine è stato però considerato inappropriato e offensivo dagli ebrei sopravvissuti.

Le origini dell’antisemitismo sono remote, ma negli anni tra le due guerre si diffonde rapidamente in Europa.  Adolf Hitler lo teorizza nel Mein Kampf, un testo destinato a diventare popolare in Germania   dopo la presa del potere da parte dei nazisti. Apartire dal 1933 viene messa in atto, nella Germania nazista, una serie crescente di provvedimenti antisemiti. Nel settembre del1935, in particolare, vengono promulgate le leggi di Norimberga, che escludono i cittadini di origine ebraica dalla vita sociale tedesca. L’intenzione iniziale del regime è quella di allontanare con la forza gli ebrei dai territori tedeschi, attraverso attentati terroristici. Nella «Notte dei cristalli».

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale le difficoltà imposte dal conflitto ostacolano la politica di emigrazione forzata intrapresa dai nazisti. Di qui deriva la nuova «soluzione», consistente nel rinchiudere gli ebrei nei ghetti, imponendo drastiche limitazioni ai loro spostamenti: in questi luoghi numerosi ebrei muoiono di fame e di malattie, oppure uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori, dopo essere stati sfruttati nell’industria di guerra del Reich.

 Nel dicembre del 1941 Hitler convoca la Conferenza di Wannsee, dalla quale scaturisce la deliberazione della «soluzione finale della questione ebraica», ovvero dello sterminio di tutti gli ebrei presenti nei Paesi europei occupati dai nazisti. Il trasporto dei prigionieri nei Lager avviene per lo più attraverso treni in genere utilizzati per il bestiame. All’arrivo, i prigionieri ritenuti troppo deboli per lavorare vengono uccisi immediatamente e i loro corpi sono bruciati, mentre gli altri vengono sfruttati come schiavi nelle fabbriche dislocate all’interno nei dintorni del campo.

Ad Auschwitz, in particolare, si studiano metodiche consentano di eliminare il maggior numero di individui nel modo più rapido ed efficiente possibile. A tale scopo si utilizzano le camere a gas, nelle quali ai deportati viene somministrato il micidiale Zyklon-B. Vengono anche condotti numerosi esperimenti sui prigionieri, bambini compresi: un medico, in particolare, il Dottor Josef Mengele, è noto come «l’angelo della morte», per i suoi crudeli test sperimentati nel campo.
Come se non bastasse, i nazisti si impossessano dei denti d’oro dei deportati, estratti senza anestesia, e dei capelli delle donne, utilizzati per la produzione di stoffe di feltro.

La realtà del genocidio non è stata conosciuta esattamente fino alla fine della seconda guerra mondiale, nonostante le numerose voci e testimonianze degli scampati al massacro. Particolarmente discussa è la questione riguardante la responsabilità del popolo tedesco nei confronti della Shoah: gli storici oscillano tra la tesi secondo la quale la gente comune in Germania fosse al corrente del genocidio e lo condividesse, sulla base di un radicato antisemitismo, e quella di chi sostiene invece che, pur in presenza di un diffuso spirito antisemita, lo sterminio fosse sconosciuto alla maggioranza della popolazione.

@Cristian de Filippo

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