Psicologi: Un concerto INDIEmenticabile.

image_pdfimage_print

Ultimamente, si sta apprendo sui social un grosso dibattito, i vari cantanti e artisti italiani stanno avendo molto da ridire per ciò che riguarda la gestione dei concerti.

I “live, parola inglese che tradotta in italiano può significare “dal vivo”, negli anni non sono rimasti sempre gli stessi, si è passati dal rock, un genere che prediligeva una band e dava rilevanza alle basi e ad i vari strumenti, al pop. Che preferiva dare rilevanza alla prestazione canora dell’artista.

Con l’avvento del rap e soprattutto dell’evoluzione dell’indie nel pop, si è arrivati ad avere dei veri e propri crossover tra i vari generi. Che successivamente hanno fatto emergere nuovi artisti, che sono riusciti nello sperimentare e nel creare o espandere nuovi sound, come ad esempio la trap o la drill, entrambi sottogeneri del rap.

Nonostante questo. I concerti sembrano risentirne. Ben presto le band e gli strumenti sembrano essere messi da parte, gli artisti di questi nuovi generi per la maggior parte iniziano a cantare e rappare su delle instrumentals pre-registrate che fa partire dal mixer chi è in console. La “musica dal vivo” in breve tempo quindi si trasforma e diventa “voce dal vivo.

Col tempo, però. Sembra che anche la voce dal vivo sia stata sostituita dal playback, che a volte aiuta l’artista ma altre volte lo oscura completamente.

Da qui nascono le critiche sul fatto che i concerti non siano più autentici come una volta: Che ormai il tutto consista più sulla presenza scenica dell’artista, e meno sulle sue prestazioni. Appunto perché ad oggi si possono trovare molti trucchi e stratagemmi per facilitarsi il lavoro. E dopo tutto. Questo non è altro che causa dell’accelerazione dei tempi e delle logiche di mercato. Di cui tra l’altro ve ne avevo parlato anche nel mio precedente articolo.

Gli artisti emergenti non hanno potuto fare la “gavetta” perché oggi per la maggior parte delle volte, capita molto facilmente di diventare famosi anche solo per una canzone, e se quella canzone spopola quando si è ancora inesperti, all’origine e alla scoperta della propria carriera, allora è normale che ci sia meno affinità e esperienza per poter realizzare un concerto fatto bene.

Personalmente, non ero mai stato al concerto di un artista che sinceramente apprezzavo, un po’ di tempo fa, mi capitò di assistere a quello di Clementino, ma all’epoca non ero ancora fan del rap, quindi non poteì apprezzare a pieno il suo spettacolo. Circa due anni fa, però, avevo sentito parlare questo mio amico di un duo indie che stava spopolando e che proveniva da SoundCloud. Un sito in cui chiunque può condividere e creare la propria musica, senza doversi preoccupare dei diritti d’autore.

Questo duo si chiamava Psicologi. Gli artisti classe 2001 sono due ragazzi come qualsiasi altro ragazzo che potresti incontrare per strada. Con l’unica differenza che, attraverso le loro canzoni, riescono a parlare dei disagi, delle paure e delle preoccupazioni dei giovani di oggi usando i loro vissuti.

Incuriositomi, decido di iniziare ad ascoltarli per dargli una possibilità. Ascolto i loro due EP: 2001 e 1002. Ma è solo quando ascolto il loro album Millennium Bug che rimango totalmente folgorato.

Il loro modo di esporsi e di condividere il proprio dolore è più unico che raro, ed essendo degli artisti con forti influenze provenienti sia dal rap che dall’indie, riescono ad amalgamare due modi diversi di fare musica in un distintivo tratto che li caratterizza e li rende diversi dagli altri. In Millennium Bug possiamo trovare tracce che spaziano dal rock, al dubstep, al pop, al synthwave fino a sfociare nell’indie.

Semplicemente uno degli album più incredibili e stupendi usciti in questi anni.

Quando è uscito TRAUMA, il loro secondo album, non ho potuto non prendere l’occasione al volo per andare a Molfetta ad una data del loro nuovo tour insieme ad alcuni dei miei amici. Anche se sapevo non avrei mai potuto impararmi tutti i loro testi a memoria, sentivo una bella sensazione nell’aria, ricordo ancora quando mentre eravamo in treno ci mettevamo a giocare al completare il testo di alcune delle loro canzoni così che potessimo memorizzarcele in fretta. Come ricordo anche l’ansia e la paura di arrivare tardi e di scoprire di essere troppo lontani dal palco.

Una volta arrivati lì, però, tutto quanto era svanito. Ci sono stati momenti in cui abbiamo cantato a squarciagola, attimi in cui saltavamo, tutti esaltati, all’impazzata. A volte capitava che da un istante all’altro qualcuno faceva delle battute e i due artisti rispondevano o interagivano con noi, indossando tutti i vestiti e gli accessori che gli buttavamo sul palco. Altre volte invece facevano la conta, e tra i fan chiamavano qualcuno per venire a cantare le loro canzoni davanti alla folla. Era tutto così surreale, ed il tempo sembrava proprio che volasse.

Quando dopo circa un’ora e mezza finì tutto e se ne andarono, restai a fissare e ad osservare per qualche attimo il pubblico che era alle mie spalle. Dalle loro espressioni sembravano aver appena assistito e preso parte alla serata più bella della loro vita.

Ed era incredibile. Era davvero incredibile come tutte queste persone, tutti questi sconosciuti, così tanto diversi tra loro e con ognuno la propria vita, avessero trovato in comune qualcuno che potesse capirli, e che attraverso le loro canzoni potessero rispecchiarsi e sentirsi meno soli. Anche se nessuno probabilmente lo avrebbe ammesso, tutti venendo qui si erano tolti un peso. Sfogare con forza i propri problemi, i propri traumi e le proprie insicurezze era un grido liberatorio che era necessario fare e che solo una cosa così perfetta e rassicurante come la musica avrebbe potuto fare.

E del resto, stiamo parlando dell’arte che più di tutte prima d’ora, unisce le persone.

Non scorderò mai questo giorno come non scorderò mai tutta quella gente che ho conosciuto e con cui ho condiviso questa incredibile esperienza, entrando anche solo per qualche breve minuto nella loro vita. Nel viaggio del ritorno non dissi una parola, tutto ciò che volevo dire non avrebbe mai potuto spiegare quello che stavo provando: un’armoniosa leggerezza.

Un concerto senza playback, con una band che suona dal vivo e una capacità di saper intrattenere e di coinvolgere il proprio pubblico in maniera così impressionante e affascinante di questi tempi non era scontato. Quando invece di un concerto, la tua più che altro diventa un’esperienza di vita, allora vuol dire che hai fatto centro.

In conclusione, il mio consiglio finale è quello di recuperarvi questi spettacolari artisti pieni di talento se non ne avete avuto l’occasione. Se invece già li conoscete ma fino ad ora non siete stati propensi ad andare ad un loro live, vi posso assicurare che vi divertirete e che non vi pentirete assolutamente di esserci stati. Ben presto, sono certo che gli Psicologi saranno il futuro dell’indie italiano, e se il futuro sarà in mano a loro, allora sono fiducioso.

Ecco infine la scaletta, se siete curiosi di sapere quali brani hanno cantato:

  • Pagine
  • Sto bene
  • Festa
  • Umore
  • Stanotte
  • Futuro
  • Medicine
  • Fantasma
  • Mille Spine
  • 1312
  • Guerra e Pace
  • Vestiti D’odio
  • Estate80
  • Fiori Morti
  • Libero
  • Tutto Bene
  • Acido
  • Autostima
  • Colore
  • Alcol e Acqua
  • Alessandra
  • Tatuaggi
  • NLFP
  • Sui Muri
  • Diploma

Post recenti

Leave a Comment