Avete presente quelle giornate che, sin dall’alba, si prevedono come malinconiche e monotone? Tale si preannunciava il nostro lunedì. Come ogni lunedì, d’altronde.
Nebbia fitta, odore di muschio e pioggia. La luce del sole che fatica a farsi spazio in un cielo un po’ cupo. Per le strade la lentezza di passanti assonnati, incerti, che con movimenti quasi automatici seguono il proprio percorso.
A scuola tutti affaccendati, in ansia per l’evento preparato e organizzato nel dettaglio, il primo dell’anno di un ciclo di incontri con gli autori. Nessuno però immagina che, come ben diceva Euripide, non è l’atteso a compiersi; è l’inatteso che crea e sorprende.
Ed eccolo lì, con un sorriso e una dolcezza che sfidano l’apatia di un qualsiasi inizio di settimana, con la grinta e la passione di chi ama profondamente ciò che fa. Arriva proprio lui, Levantino, nel luogo che gli è proprio, la Scuola, quel meraviglioso posto in cui se semini, se semini bene, crescono alberi secolari dalle profonde radici.
Il nostro scrittore – dicevamo – arriva, sorride a tutti, si muove come se da sempre avesse frequentato le nostre aule, i nostri spazi, come un amico di vecchia data che torna a trovarci.
L’occasione è la presentazione del suo ultimo romanzo, “Il cane di Falcone”.
Tutti pronti. Parte la diretta.
Un randagio senza nome e senza radici, nella sua personale e solitaria lotta alla sopravvivenza, in un mondo cinico e violento, trova, inatteso, un amico. E quest’amico si rivela essere proprio il noto magistrato Giovanni Falcone il quale, con un atto di amore assoluto e incondizionato, prende con sé questa creatura, gli dà un pasto, un luogo in cui vivere al sicuro, gli dà un nome e un motivo per restare.
Molti si chiederanno, a questo punto: cosa c’entra un cane – un cane zoppo e malandato, che vive per strada di stenti – con Falcone? Come si può scegliere di raccontare una storia così importante – una storia che parla di lotta alla mafia, di maxiprocesso, di collaboratori di giustizia, di attentati – affidando la voce narrante a un randagio?
“Non intratur in veritatem, nisi per caritatem”, diceva Agostino. La strada, l’unica, per capire, conoscere, per accedere alla verità, è l’amore, l’amore disinteressato, che non chiede nulla, ma si palesa offrendosi nella sua totalità.
Ed è questo il senso profondo del racconto, portato avanti dal nostro Uccio, il cane, l’unico a vestire bene i panni del narratore, poiché ci permette di comprendere, seppur nel quadro della inventio romanzesca, qualcosa che cronache e annali non possono portare alla luce, una conoscenza probabilmente “inattesa”: l’amore assoluto di Falcone per la propria terra, il proprio lavoro, per la verità e la giustizia; verità circa i fatti di mafia, giustizia per le vittime, spesso dimenticate, della ferocia di Cosa Nostra e dell’indifferenza del mondo intorno.
Dopo aver seminato qualcosa che germoglierà nei nostri animi, qualcosa di imperituro, ci saluta, come un caro amico, Levantino, non senza aver lasciato un pezzetto, un coccio di vaso, che porteremo con noi come simbolo di questo incontro; non senza aver preso con sé un pezzo del Pascal che gli ricorderà sempre un giorno che sembrava qualunque, ma che ormai si è staccato dal flusso indefinito del Tempo per restare ben radicato nel cuore.
E con una bellissima canzone degli Embrace che ci risuona nella testa, gli diciamo un “arrivederci a presto”, poiché la fisica non mente e la gravità ci porta sempre nei luoghi dell’incontro.
Segui l’intervista a Dario Levantino: Intervista a Levantino
Segui la diretta dell’evento al Pascal: Diretta incontro con Levantino