Ho sempre considerato questo come il periodo più difficile e complesso dell’anno scolastico; e non per i voti, le ultime interrogazioni (che piaga!), gli scrutini finali o le incombenze burocratiche. No, tutto questo non c’entra.
È il momento dei saluti, degli addii. Classi che terminano il loro ciclo, ragazzi e ragazze che si diplomano e prendono la loro strada. Quella è la parte che più fa male. La fine di un percorso.
Non è retorica; potrebbe sembrarlo a coloro che non conoscono questo lavoro, che lo guardano da fuori.
L’ultimo giorno di scuola li vedi che si avvicinano, ragazzi e ragazze, che aprono le braccia per salutarti, come gabbianelle che stanno per spiccare il loro primo volo. In quell’istante tutto intorno si ferma, si gela, e pensi a mille cose, la tua mente gira velocissima. Più di ogni altra cosa, una frase ti ronza prepotente in testa: “sapranno cavarsela, essere felici in questo mondo?”.
E già – ti dici – in questo mondo ricco di contraddizioni, ma povero, arido di sentimenti, dove tutto è virtuale, nulla davvero profondo e consistente. Immagini, modelli, corpi da mostrare, emozioni da obliterare in toto. Per non parlare del disastro intorno, fra guerre e crisi climatica. Che bella eredità che lasciamo loro!
Saranno terrorizzati lì fuori, avranno paura, avranno fame e sete di cose autentiche, mentre tutto intorno è un sottile strato di ghiaccio pronto a spaccarsi sotto il peso di una enorme rabbia generazionale che grida a perdifiato umanità, nient’altro che umanità?
Poi tutto si scioglie e già ti hanno cinta nel loro più vero e sincero abbraccio. Un saluto per dirti che sono pronti e pronte a tutto, ma per te sono ancora indifesi e fragili.
E mentre auguro loro il meglio, ancora penso che se, nonostante la mia severità sono lì a dimostrarmi tutto il bene possibile, comprendo che è proprio ora di lasciarli andare, poiché sì, hanno capito cos’è l’amore e la cura e, probabilmente, non si sbaglieranno nella vita tenendo sempre a mente questo ingombrante esempio.
A me che sono nata in un posto di mare chiedono spesso se non senta la mancanza delle mie origini. Posso rispondere ora con fermezza che no, non potrei mai sentire una tale nostalgia. Il mio lavoro è il mare, un continuo mutamento fra onde gonfie di umori altalenanti, calma piatta, fondale insondabile e superficie cristallina. Sento ogni giorno e in ogni stagione l’odore del sale, come se fossi sempre su quel pezzo di spiaggia che ho nel cuore. Ogni anno è un andirivieni di studenti e studentesse, di esperienze, di progetti, di vita piena e di emozioni consistenti.
E oggi, ad anno scolastico terminato, posso dire che, come le onde del mare, resto a riva a salutare e ad accogliere ancora, finché mi sarà concesso un tale amore e un tale privilegio.
Ai ragazzi e alle ragazze posso solo dire: “ad sidera tollere vultus”, abbiate sempre lo sguardo rivolto verso le stelle, ma non dimenticate mai che prima di mettervi in posizione fiera ed eretta, c’è chi vi ha donato cuore e cura, ovvero la Scuola.