“Notte prima degli esami”, la celebre canzone di Venditti è diventata la colonna sonora delle ore infinite che precedono la prima prova scritta della Maturità.
Ma perché la notte prima e non quella che viene appena dopo? Perché affidare tutto a un’attesa di qualcosa che verrà, obliterando totalmente la bellezza dell’agito, del finito e concluso?
Fra le tracce proposte questa mattina spiccava un brano tratto da un articolo di Belpoliti: “Elogio dell’attesa”. Per altro è stato uno dei temi più trattati da studenti e studentesse di molte scuole.
Nell’era dei social, tutto è diventato immediato, veloce e simultaneo. Perché non ritrovare la bellezza di un tempo sospeso?
Appunto, mi chiedo: perché? Perché sbilanciare tutto da un lato o dall’altro?
A guardarli, i ragazzi e le ragazze, questa mattina mi ha portato a riflettere su un importante aspetto che la mia generazione ha completamente eclissato, allontanato come il male assoluto: l’azione.
Tutti pronti, sistemati, eleganti e preparati a tutto, al terrore dell’imprevedibile, di ciò che attende e che, nel loro caso, era stampato e impresso su diversi fogli A4. Ho visto emozione e timore, ma non ho visto nulla che potesse ricondurre alla fuga, al voler evitare o al desiderare di non esserci nel momento cruciale.
È vero, tutto sotto questo cielo ha il proprio tempo e il proprio spazio. C’è il momento di sospendere per capire, riflettere; ma anche, e non meno importante, il momento per decidere e agire con convinzione.
Noi Millennials, “cintura nera di come si schiva la vita” (per citare il nostro caro Zero Calcare), siamo stati sfortunati, è vero; abbiamo vissuto la terribile era di mezzo. Siamo stati, però, anche campioni nel restare sospesi, immobili, a evitare l’improbabile futuro, il dilemma di quel che sarà, rinviando continuamente a dopo ogni cosa, svegliandoci, però, a 35/40 anni in preda al rimorso per tutte le occasioni mancate.
L’articolo di Belpoliti aveva lo scopo, probabilmente, di impartire una lezione a questi giovani sul valore dell’attendere, del rimandare, del restare nella confort zone della sospensione; ma anche questa volta sono stati loro ad aver insegnato a noi qualcosa di importante: fare. Riflettere, ma agire, senza paura, senza nascondersi sotto il letto o dietro agli armadi, in un eterno gioco infantile. Ciò che si perde oggi, è perso per sempre. Non torna o torna in altra forma. E mentre tutto scorre, scorre la vita, si succedono gli anni. Domani, d’estate, a settembre o il prossimo anno sono frasi da codardi che rinnegano sé stessi.
Proporre un mondo stantio a chi ne ha conosciuto uno ben diverso è assurdo; pensare che il proprio modus vivendi sia il migliore in assoluto è da sciocchi arroganti; ritenere che farsi sfuggire di mano l’esistenza in nome di un continuo attendere e procrastinare, e riproporre tale schema come giusto ai propri figli o ai propri studenti è da ipocriti.
Sappiamo bene che, imboccata la strada del tramonto, molto abbiamo perso. Ci resta la convinzione che questa generazione riuscirà, agendo, a fare meglio, pur sbagliando. Noi siamo rimasti in trincea a marcire, mentre loro esplodono di vita.