Non vogliamo più essere speciali, meravigliose e dolci. Vogliamo essere persone, avere le stesse possibilità concesse agli uomini.
Non vogliamo più essere un ruolo, essere solo madri o mogli o figlie o la donna di qualcuno. Vogliamo poterci esprimere e realizzare nel modo che riteniamo più giusto per noi (e questo potrebbe non coincidere con le aspettative della società).
Non vogliamo più avere paura, temere il lupo o l’orco o il barbablù, non uscire da sole la sera, non vestirci in maniera provocante (e chi lo stabilisce, poi, cos’è provocante?), avere la testa sulle spalle, non bere, non esagerare. Vogliamo essere libere, divertirci, frequentare ogni luogo a qualsiasi ora, senza temere per la nostra vita, senza la paura della violenza.
Non vogliamo più essere ricordate o vendicate. Non vogliamo ancora più pene per i femminicidi, vogliamo più tutele per evitare che questi avvengano, vogliamo essere credute, non sminuite o colpevolizzate.
Non vogliamo più decaloghi di segnali a cui stare attente, di atteggiamenti violenti da evitare. Vogliamo che anche gli uomini facciano parte del discorso, che il problema venga affrontato in quanto sistemico, perché siano loro consapevoli di cosa possono fare, del disagio che possono creare, seppur mai violenti o abusanti.
Non vogliamo più minuti di silenzio. Vogliamo parlare, urlare, denunciare.
Troppe volte ci è stato imposto il silenzio che oggi, più che mai, pesa come un macigno.
Se sentite rumore, tanto rumore, siamo noi che non cediamo terreno, che non ce ne staremo nell’ombra a subire, a rassegnarci.
Oggi, domani, dopodomani e fino a che non ci sarà equità, urleremo a squarciagola.
No, non staremo zitte.